Sortino oltre Le Iene: il viaggio francescano per ritrovare se stesso
Nella docu-serie Francesco per davvero, il giornalista attraversa i luoghi di Assisi e riflette sul peso delle aspettative, sulla fede e sull’identità.
Alessandro Sortino ha scelto di lasciare per un periodo la riconoscibile divisa delle Iene per mettersi in cammino sulle tracce di san Francesco. Il risultato è Francesco per davvero, docu-serie trasmessa da Tv2000 e disponibile su Play2000, nata da un percorso tra i luoghi legati al santo di Assisi.
Al centro del racconto non c’è soltanto la figura religiosa, ma anche una domanda personale: quanto delle identità che indossiamo appartiene davvero a noi? Per Sortino, la vicenda di Francesco diventa un invito a liberarsi dai ruoli imposti e dalle aspettative sociali, senza cancellare le proprie contraddizioni.
La forza di Francesco sta nella piccolezza
Secondo Sortino, Francesco è prima di tutto un uomo che prende sul serio il Vangelo e la propria fede in un Dio che, attraverso Gesù, entra nella storia. La sua non è una scelta lineare né priva di dubbi: il cammino è segnato da svolte, conflitti interiori e decisioni difficili.
La popolarità del santo, però, rischia di trasformarsi in un piedistallo. Nel tentativo di celebrarlo, si può finire per renderlo distante dalla sua aspirazione all’umiltà. Sortino individua nella Porziuncola, la piccola chiesa racchiusa nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, l’immagine più efficace di questo contrasto: la costruzione imponente contiene uno spazio povero e spoglio, proprio come l’ego può sovrastare il cuore dell’uomo.
Raccontare Francesco significa quindi non fermarsi alla sua grandezza, ma provare a rispettarne la semplicità. Per il giornalista, quella piccola chiesa rappresenta il luogo in cui spogliarsi delle sovrastrutture e tornare a una dimensione più autentica.
Tra agiografia e umanità vera
Sortino ritiene che il rapporto di Francesco con Gesù sia stato spesso messo in secondo piano. Da una parte, la tradizione ha presentato il santo come una figura già perfetta, occultandone incertezze e contraddizioni; dall’altra, una lettura più laica lo ha trasformato in un simbolo contemporaneo, associandolo a categorie come pacifismo, ambientalismo e animalismo.
Queste definizioni, osserva, rischiano di sovrapporre al santo concetti estranei al suo tempo. Anche il suo rapporto con la natura viene così semplificato: per Francesco essa è soprattutto creazione e segno del Creatore, non una realtà autosufficiente separata dalla dimensione religiosa.
La preghiera e l’azione pubblica, nella lettura di Sortino, non possono essere divise. Ciò che Francesco riceve nel rapporto con Gesù è ciò che poi comunica agli altri, nella predicazione e nella vita insieme ai fratelli. Il pellegrinaggio nasce proprio dal desiderio di cercare ancora quella traccia.
Il pellegrinaggio come esperienza viva
Attraversare i luoghi francescani non è stato, per Sortino, un semplice spostamento geografico. In quei paesaggi il giornalista dice di aver percepito una memoria costruita dalle preghiere e dai cammini di chi li ha visitati nel corso dei secoli.
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L’immagine scelta è quella dei cerchi prodotti da un sasso nell’acqua: un gesto compiuto nel passato continua a propagare i suoi effetti. Il pellegrino va nei luoghi in cui il santo ha vissuto la propria relazione con Dio con la speranza che quell’esperienza possa riaccadere, in una forma nuova, nella propria vita.
Spogliarsi dai ruoli imposti
A colpire Sortino è soprattutto l’episodio in cui Francesco rompe con il progetto paterno di diventare un mercante. Il padre lo fa rinchiudere, mentre la madre lo libera: da quel passaggio nasce il gesto con cui il giovane si spoglia di tutto e inaugura la sua nuova esistenza.
Per il giornalista, la scena parla anche al presente. Gli individui possono sentirsi prigionieri di desideri costruiti per ottenere successo, riconoscimento e approvazione. Spesso si finisce per indossare ruoli socialmente leggibili, come quelli del mercante, del giornalista, del professore o del sacerdote, confondendo l’abito con la propria identità.
Il saio di Francesco, invece, non viene interpretato come un modello destinato a essere imitato. È piuttosto il segno di una condizione priva delle categorie con cui gli altri classificano una persona. Da qui l’invito a riconoscere la propria umanità senza nascondere le contraddizioni.
La fede contro il bisogno di approvazione
Sortino collega molta dell’ansia quotidiana al tentativo di assomigliare a qualcun altro e di misurarsi con criteri ricevuti dall’esterno. Anche il disagio, in questa prospettiva, può diventare un modo ulteriore per restare concentrati sull’immagine che si vuole offrire.
La fede propone invece un movimento opposto: smettere di pretendere di conoscersi soltanto osservandosi dall’esterno e accettare di lasciarsi incontrare e conoscere da Dio. La nudità interiore, da fonte di paura, può diventare così un’occasione di libertà e di pienezza.
Il percorso personale di Sortino verso la fede è iniziato tra i 18 e i 20 anni, quando trovò casualmente il Vangelo nella libreria di casa. In quel periodo, mentre avrebbe dovuto dedicarsi allo studio del diritto, leggeva autori come Dostoevskij, Kafka e Proust. L’incontro con il testo evangelico lo colpì profondamente e lo portò a desiderare l’incontro con l’Eucaristia, intesa come il luogo in cui Dio si offre all’uomo.
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