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Lifestyle 2 min di lettura6 giorni fa

Social media: il prezzo nascosto che paghiamo ogni giorno

Dal doomscrolling alla propaganda, cresce la rete di chi chiede piattaforme più sicure e meno tossiche, mentre Lush rilancia Safer Socials e il suo appello contro le Big Tech.

C’è chi considera i social un’abitudine quotidiana innocua, ma il conto reale arriva sotto forma di tempo perso, dati ceduti, relazioni trascurate e benessere mentale eroso. Anche la tenuta democratica, secondo il dibattito che si è acceso attorno alle piattaforme, finisce nel bilancio.


Una campagna per cambiare rotta

Safer Socials è il nome del sito e della campagna che prova a trasformare il malessere diffuso in una conversazione pubblica e in un confronto sulle piattaforme di oggi. L’obiettivo è spingere utenti e associazioni a costruire insieme un ambiente digitale meno dannoso e più protetto.

L’iniziativa mette in rete realtà internazionali e locali che lavorano sul benessere digitale e sull’uso più sano dei social media. Tra le organizzazioni italiane coinvolte ci sono infonodes.org, Fondazione Carolina, Sloweb e Di.Te.


Lush e la rottura con le Big Tech

A promuovere il progetto è Lush, marchio di cosmetici freschi e fatti a mano attivo nel Regno Unito, nell’Unione Europea, negli Stati Uniti e in Canada. L’azienda usa la campagna per richiamare l’attenzione sugli effetti delle grandi piattaforme e indirizzare le persone verso gruppi e risorse utili a recuperare controllo e consapevolezza.

Non è una scelta improvvisata: cinque anni fa Lush ha smesso di usare Facebook, Instagram, TikTok, Snapchat e X per finalità commerciali. Secondo quanto ricordato nel testo, resta l’unico brand globale ad aver interrotto in questo modo la presenza su quelle piattaforme, dopo una lunga stagione di campagne sull’etica digitale.


Dalla connessione alla dipendenza

Il rapporto con i social, nato come strumento per condividere momenti e restare in contatto, si è progressivamente spostato verso un modello dominato dal profitto. Nel testo si sottolinea che le aziende che gestiscono queste reti sembrano aver dato più peso alla monetizzazione che alla tutela delle persone.

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Dentro questo quadro rientra anche il doomscrolling, cioè la navigazione infinita del feed senza riuscire a fermarsi. Le piattaforme, viene spiegato, sono costruite per trattenere l’utente il più a lungo possibile e accumulare dati da sfruttare economicamente.


Le pressioni su piattaforme e governi

Le critiche, intanto, si sono fatte più forti. Meta, ad esempio, ha raggiunto con gli Stati Uniti un accordo da circa 16,7-18 miliardi di dollari per chiudere una causa storica: l’accusa era quella di aver progettato Facebook e Instagram per creare dipendenza nei minori.

Sul fronte politico, diversi governi stanno muovendosi con nuove norme per limitare i danni dell’uso non regolamentato dei social, soprattutto tra i più giovani. L’impulso nasce anche dal fatto che le stesse piattaforme, fino a oggi, non sono riuscite a frenare davvero il problema.

Resta poi il capitolo più delicato: propaganda, manipolazione del dibattito pubblico e tentativi di influenzare o rovesciare processi elettorali in vari Paesi. Nel testo si segnala anche la crescita dell’odio online, con ricadute che possono uscire dallo schermo e tradursi in violenza reale.

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