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Lifestyle 3 min di lettura17 ore fa

Scuola e abbigliamento, il caso di Carpi riaccende lo scontro

A Roma le indicazioni sui vestiti sono formalizzate in una circolare, mentre a Carpi una frase della dirigente divide famiglie e organizzazioni studentesche.

Non esiste una regola identica sull’abbigliamento per tutte le scuole italiane: ogni istituto stabilisce criteri e conseguenze attraverso regolamenti, circolari o accordi con le famiglie. È questa differenza a rendere ancora più acceso il confronto nato tra Roma e Carpi.

Al centro della discussione c’è il confine tra rispetto dell’ambiente scolastico, sicurezza e diritto degli studenti a frequentare le lezioni senza che il modo di vestire diventi un ostacolo. Le reazioni più dure riguardano soprattutto l’ipotesi di impedire l’ingresso o rimandare a casa chi non rispetta le indicazioni.


A Carpi la frase che divide

Al liceo Fanti di Carpi, nel Modenese, la questione è emersa durante un incontro con i genitori organizzato all’inizio dell’anno. La dirigente Alda Barbi, riferendosi ad alcuni abiti osservati nei primi giorni, avrebbe affermato: «Se tornano così, li rimando a casa».

Quelle parole hanno superato i confini dell’istituto e hanno suscitato contestazioni. Alcune organizzazioni sindacali hanno messo in dubbio che il vestiario possa trasformarsi in un requisito per accedere alle lezioni; sulla stessa linea si è espressa la Rete Studenti Medi, contraria a un collegamento tra diritto allo studio e abbigliamento.


Il liceo richiama un patto già esistente

Nel caso del Fanti, tuttavia, non risulta l’adozione di una nuova circolare dedicata ai capi vietati né di una disposizione formale che imponga il ritorno a casa. La dirigente ha ricondotto il richiamo alle norme già presenti nel Patto educativo di corresponsabilità dell’istituto.

Il documento, firmato da scuola, famiglie e studenti all’avvio del percorso, definisce impegni e responsabilità reciproche. Tra i suoi contenuti compare anche l’invito a mantenere un linguaggio e un abbigliamento compatibili con il contesto educativo, formula che ha riaperto il dibattito sul suo significato concreto.


A Roma l’elenco è scritto nero su bianco

Una disciplina più dettagliata è stata invece diffusa a Roma dall’Istituto comprensivo Artemisia Gentileschi di Centocelle. La circolare, datata 15 settembre e valida per infanzia, primaria e scuola secondaria di primo grado, individua diversi indumenti ritenuti inadatti alla vita scolastica.

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Tra questi figurano pantaloncini molto corti, maglie che lasciano scoperta la pancia e canottiere. Il testo prende in esame anche le calzature, includendo le ciabatte da spiaggia, le infradito e ogni scarpa priva di un adeguato sostegno del tallone.


Richiamo, famiglia e cambio d’abito

Per le calzature il documento non richiama soltanto il decoro: la mancanza di protezione del piede viene collegata anche alla sicurezza negli spazi dell’istituto. La responsabilità di verificare il rispetto delle indicazioni non è affidata a un incaricato specifico, ma ricade sugli adulti in servizio, compresi docenti e personale Ata.

La procedura indicata parte da un avvertimento a voce. In caso di nuova violazione, la famiglia viene informata tramite una nota sul registro elettronico; se la situazione lo richiede, allo studente può essere domandato di indossare un abito diverso.


Regole diverse, stesso interrogativo

I due episodi mostrano modalità differenti di affrontare lo stesso tema. A Roma le prescrizioni sono raccolte in un atto scritto e accompagnate da una sequenza di interventi; a Carpi il confronto è nato da una dichiarazione pronunciata davanti ai genitori e dal successivo richiamo a un accordo già in vigore.

Nel sistema scolastico italiano, dunque, non c’è un codice nazionale valido in ogni istituto. Le indicazioni possono trovarsi nei regolamenti interni, nelle circolari oppure nei patti sottoscritti dalle famiglie, con formulazioni e applicazioni che cambiano da una scuola all’altra.

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