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Lifestyle 3 min di lettura13 ott

Sarandon, la denuncia: «Gaza non può diventare la normalità

Tra il ritorno al cinema e l’impegno politico, l’attrice parla di guerra, nuove generazioni e del film diretto da Zach Woods

L’arresto durante una manifestazione a New York e le critiche ricevute per le sue posizioni sulla Palestina non sono, per Susan Sarandon, il punto centrale. L’attrice sposta l’attenzione sulle vittime del conflitto: «Non importa ciò che succede a me. Importa cosa succede a Gaza e dintorni, dove migliaia di civili continuano a morire. Dobbiamo evitare che tutto questo diventi la normalità. Faccio affidamento sui ragazzi, sulla rabbia delle nuove generazioni».

La presa di posizione arriva mentre Sarandon torna protagonista sul grande schermo con The Accompanist, opera prima alla regia di Zach Woods. Il film è stato presentato ad Alice nella città, nell’ambito della Festa del Cinema di Roma, dove all’attrice è stato assegnato il Womenland Award 2026; dall’1 dicembre sarà disponibile su Sky.

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Gaza resta la sua battaglia

L’impegno pubblico di Sarandon prosegue da anni e riguarda i diritti delle persone omosessuali, gli emarginati e chi non riesce a far sentire la propria voce. Nel 2023 la sua agenzia, UTA, ha interrotto il rapporto con lei dopo le dichiarazioni a sostegno della Palestina. Lo scorso settembre, invece, è stata fermata insieme a oltre cento manifestanti durante una protesta contro Benjamin Netanyahu, che si trovava a New York per parlare all’Onu.

L’attrice ha ricordato anche altre campagne affrontate nel corso della carriera: dalla contrarietà alla guerra in Iraq alla denuncia delle condizioni dei detenuti haitiani a Guantanamo risultati positivi all’HIV. Per quelle prese di posizione sostiene di essere stata esclusa dall’Academy e di aver subito violente campagne d’odio. A suo giudizio, oggi gli Stati Uniti stanno arretrando sul piano dei diritti.


Una protagonista fuori dagli schemi

In The Accompanist Sarandon veste i panni di una donna eccentrica, appassionata di esoterismo e percepita come una sorta di strega. Ai servizi sociali viene affidata Emily, una bambina di nove anni allontanata dalla famiglia dopo aver raccontato accidentalmente che il nonno, malato di demenza, aveva rischiato di ucciderla.

Il racconto alterna dramma, commedia e realismo magico. La bambina e la donna si trovano così a fare i conti con ferite mai elaborate, in un rapporto che porta entrambe a guardare ciò che preferirebbero evitare. Dopo circa dieci anni, il progetto ha convinto Sarandon a riprendere un ruolo da protagonista: dell’opera, ha spiegato, l’ha conquistata soprattutto il tema delle vulnerabilità condivise e della possibilità di guarire insieme.

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Il set diventa un luogo sicuro

Zach Woods, noto anche per il ruolo di Gabe Lewis in The Office, ha raccontato di essersi affidato all’esperienza della collega durante le riprese. Secondo il regista, Sarandon non ha trattato Emily come una piccola adulta: ha giocato con lei, ha contribuito a creare un ambiente protetto e ha mantenuto nei suoi confronti rispetto e attenzione.

Tra le due interpreti è nato un legame importante. Sarandon considera la giovane attrice molto dotata e sottolinea il ruolo della famiglia, che la sostiene senza esercitare pressioni. Nel film, il passaggio decisivo arriva quando Emily fa emergere la fragilità nascosta della protagonista chiedendole se dovrà accompagnarla anche in futuro: un gesto semplice che la costringe, per la prima volta, a sentirsi davvero vista.


L’America che fa paura

Sarandon, madre di tre figli ormai adulti, ammette di provare preoccupazione e senso di colpa pensando al mondo che sarà lasciato alle nuove generazioni. Nel mirino ci sono anche le iniziative dell’amministrazione Trump, compresa la proposta di diffondere in rete l’esecuzione di Nidal Malik Hasan.

A proposito dell’annuncio di Pete Hegseth, l’attrice ha usato parole durissime: «Siamo tornati ai tempi della gogna pubblica, mentre in gran parte del mondo la pena di morte non esiste neanche più. Il nostro Paese è ostaggio della perversione, di un certo maschilismo tossico che lo sta distruggendo». Il cinema, suggerisce il film, può almeno offrire uno spazio in cui mostrarsi vulnerabili senza essere lasciati soli.

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