Sarah Aziza, il risultato non modifica il potere israeliano
La scrittrice palestinese racconta esilio, malattia e resistenza dopo le elezioni israeliane vinte dai partiti vicini a Netanyahu.
Sarah Aziza ritiene che le elezioni israeliane non produrranno cambiamenti sostanziali nei rapporti di potere. A suo giudizio, il sistema continuerà a negare ai palestinesi autodeterminazione, uguaglianza e piena umanità.
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Il voto e i rapporti di forza
Benjamin Netanyahu ha ottenuto 53 seggi, contro i 48 dell’opposizione guidata da Eisenkot. I partiti arabi hanno invece raddoppiato la loro presenza rispetto alla precedente consultazione, ma Aziza considera improbabile che possano incidere davvero sulle decisioni del governo.
La scrittrice, che non è cittadina palestinese dello Stato di Israele, dice di voler mantenere cautela nel giudicare chi sceglie di votare o candidarsi. Riconosce tuttavia che una rappresentanza, anche limitata, potrebbe attenuare nel breve periodo la sofferenza dei palestinesi che vivono dentro e fuori i confini del 1948.
Secondo Aziza, le accuse di frodi e irregolarità comparse subito dopo il voto mostrano le difficoltà interne del sistema. «Non credo che questo sistema possa essere riformato radicalmente dall’interno», ha affermato, sostenendo che la soluzione, per lei, passa dalla liberazione e dal superamento del progetto sionista.
Una storia familiare tra Gaza ed esilio
Nata negli Stati Uniti, Aziza è figlia di un rifugiato palestinese originario di Gaza e nipote di Horea, costretta a lasciare la propria casa durante la Nakba del 1948. Nel memoir “Corpi e confini” intreccia la vicenda della famiglia con i quindici anni segnati dall’anoressia nervosa e con il percorso che l’ha portata alla guarigione.
Il libro prende avvio dal ricovero in una clinica e attraversa ricordi, sapori e legami familiari. Tra questi ci sono la cucina della nonna, la parola araba “mish-mish”, che significa albicocca, e il rapporto con il marito, ebreo, sposato durante una cerimonia multireligiosa.
Aziza descrive anche il tentativo, vissuto da bambina negli Stati Uniti, di non attirare attenzioni negative e di confondersi nella maggioranza. La sua esperienza, racconta, è stata segnata dalla pressione a reprimere l’identità palestinese e dalla necessità di mostrarsi riconoscente per essere riuscita a costruirsi una vita lontano dalla condizione di rifugiata.
La resistenza come libertà
Nel volume, l’assimilazione viene rappresentata come una forma di cancellazione. «È molto triste provare a esprimerti e vedere gli altri così ostili», ha spiegato, ricordando i familiari trattati come terroristi e le persone convinte che la Palestina non esista.
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La scrittrice ha visitato la Palestina nel 2024, ma in passato le è stato negato l’ingresso. Dice di temere che ogni nuovo testo critico verso Israele possa aumentare il rischio di essere respinta alla frontiera, senza per questo considerare il silenzio un’opzione.
Da quando ha iniziato a parlare pubblicamente delle proprie posizioni, ha ricevuto molestie di persona e numerosi attacchi in rete. Aziza sostiene però che quelle intimidazioni non siano paragonabili a ciò che sta vivendo la sua famiglia in Palestina e riconosce di avere privilegi legati alla conoscenza dell’inglese e alla possibilità di accedere a determinati ambienti.
Il capitolo conclusivo del memoir si intitola “Resistere”. Per Aziza, la resistenza può passare dalla memoria, dalla guarigione e dalla parola, ma anche dal rifiuto di partecipare a sistemi considerati ingiusti. Non coincide necessariamente con l’adesione a una milizia: significa, secondo lei, smettere di chiedere scusa per la propria identità.
Il significato dell’assenza
Aziza definisce “ghurba” una condizione in cui l’esilio non è soltanto uno spostamento, ma diventa un luogo interiore. Le generazioni nate lontano dalla Palestina possono sentirsi separate prima dalla terra e dalla lingua, poi dalla stessa esperienza della separazione, perché ci si aspetta da loro soltanto gratitudine.
Nel suo racconto, il padre desiderava che i figli fossero felici e realizzati. Lei ha finito così per mettere da parte la tristezza e il senso di estraneità, mentre l’uso dell’inglese e la necessità di mimetizzarsi aggiungevano altri livelli di distanza.
La pubblicazione del libro ha suscitato orgoglio nella famiglia. Il padre, dopo aver ascoltato l’audiolibro, le ha detto che gli sembrava di assistere alla proiezione della propria vita. L’uscita del memoir, avvenuta dopo il 7 ottobre e dopo la perdita di molti parenti, ha però assunto un significato doloroso: diversi luoghi ricordati nelle pagine sono stati distrutti.
Aziza considera comunque curativa la solidarietà ricevuta da persone non arabe, non palestinesi e non musulmane. Il fatto che abbiano cercato di conoscere la storia della sua famiglia, ha raccontato, ha mostrato il valore dell’empatia.
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