Rosine Mbakam, il cinema che sfida gli stereotipi sull’Africa
Premiata al Festival dei diritti umani di Lugano, la regista camerunense racconta comunità, migrazioni e lavoro femminile oltre lo sguardo coloniale.
Il punto di partenza del cinema di Rosine Mbakam non sono le grandi narrazioni, ma le persone incontrate ogni giorno: la madre, le zie, le vicine di casa e le famiglie del Camerun. Attraverso le loro esperienze, la regista costruisce un racconto dell’Africa lontano dall’esotismo e dalle immagini prodotte per lungo tempo dall’Occidente.
La sua ricerca le è valsa il Premio Diritti Umani per l’Autore al Festival dei diritti umani di Lugano. Nei suoi film trovano spazio soprattutto le donne e le comunità africane, comprese quelle della diaspora, con uno sguardo che mette in discussione le conseguenze ancora presenti della storia coloniale.
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Il valore nascosto del lavoro femminile
Per Mbakam, parlare delle donne significa anche mostrare le relazioni familiari e il ruolo degli uomini. Al centro c’è spesso il lavoro: attività di piccole dimensioni, raramente riconosciute dalle istituzioni, ma decisive per la sopravvivenza di intere famiglie.
La regista considera se stessa il risultato del percorso della madre, che gestiva un negozio e continuò a mantenere la famiglia quando il padre non riuscì più a lavorare. «Il lavoro delle donne trasforma le vite», ha affermato, sottolineando come molte persone dipendano da quelle attività informali che, pur sembrando marginali, producono effetti profondi nella società.
Un’altra immagine dell’Africa
Mbakam rifiuta la rappresentazione di un continente filtrata esclusivamente dalle categorie occidentali. Secondo la regista, lo sguardo coloniale ha selezionato immagini utili a rafforzare gerarchie e stereotipi, costruendo un’Africa immaginaria che non coincide con la complessità delle esperienze vissute dagli africani.
Per questo il suo cinema vuole obbligare chi guarda a confrontarsi con una prospettiva diversa e a rivedere le proprie convinzioni. Le storie personali diventano così uno strumento per mettere in discussione il modo in cui l’Occidente ha conosciuto il continente e per favorire la nascita di un immaginario nuovo, raccontato dagli africani stessi.
Dalla fantasia alla macchina da presa
L’idea di diventare regista non era presente nei progetti di Mbakam quando era bambina. Le piaceva inventare vicende nella propria mente, ma dopo la scuola secondaria non sapeva quale strada scegliere: desiderava comunicare quelle storie, senza però voler fare la giornalista.
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La svolta è arrivata in un centro culturale gestito da una ONG italiana. Un organizzatore le spiegò che la comunicazione poteva passare dalla scrittura, dal cinema o dalla radio; nello stesso periodo, il centro stava creando un laboratorio audiovisivo destinato alle ragazze del quartiere. L’iscrizione le permise di avvicinarsi alla videocamera e di riconoscere subito quella come la propria direzione: «Voglio ascoltare e raccontare storie delle persone».
Dopo il trasferimento in Belgio, Mbakam ha continuato a guardare al Camerun e alla propria comunità. In un Paese dove circolavano pochi film, il suo immaginario si era formato soprattutto osservando la vita quotidiana delle persone che la circondavano.
Il cinema come spazio di confronto
La regista ricorda anche il percorso di Safi Faye, pioniera del cinema africano, costretta circa 20 anni fa a recuperare pezzi di pellicola per realizzare i propri lavori. La scarsità dei mezzi e la limitata diffusione rendevano difficile incidere su una visione dell’Africa consolidata da milioni di immagini.
Oggi, secondo Mbakam, la maggiore accessibilità permette a più persone di incontrare direttamente altre voci e altri punti di vista. Il confronto può incrinare le convinzioni precedenti e aprire la strada a una revisione degli stereotipi.
Tra i diritti che considera fondamentali indica infine la vita e la libertà di movimento. L’essere umano, osserva, si è spostato nel mondo fin dalle origini: da questi movimenti sono nate la varietà delle culture, dei pensieri e dei colori.
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