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Lifestyle 4 min di lettura3 giorni fa

Romagnoli, la scelta che gli ha cambiato la vita: «Sono un privilegiato

Ventisei anni fa ha lasciato Roma per l’Etiopia: oggi segue un villaggio per minori abbandonati e progetti che puntano all’autonomia delle comunità

Francesco Romagnoli non accetta di essere definito un eroe. Dopo più di vent’anni trascorsi in Etiopia, considera il proprio percorso il risultato di una scelta personale, resa possibile da circostanze favorevoli, e attribuisce ai bambini accolti e agli operatori del villaggio il coraggio più grande. Nel frattempo ha adottato più di centotrenta ragazzi e ha trasformato il modo di intendere la cooperazione.


Il merito, dice, appartiene agli altri

Romagnoli riconosce di aver trovato un significato profondo nella direzione presa, ma non pensa di aver “salvato” nessuno. Si considera piuttosto fortunato per aver potuto mettere le proprie energie al servizio di altre persone e per ciò che quell’esperienza gli ha restituito sul piano umano.

La definizione di eroe, invece, la riserva ai giovani cresciuti nel villaggio e a chi ci lavora ogni giorno. «Gli eroi sono i miei ragazzi – nel frattempo ne ho adottati più di centotrenta – che, nonostante ciò che hanno vissuto, non hanno mai smesso di sorridere. E lo sono anche gli operatori che lavorano nel villaggio, sopravvivendo a situazioni nelle quali noi forse non resisteremmo una settimana».

La sua idea di cambiamento resta lontana dai gesti risolutivi. Per descriverla usa l’immagine di tanti contributi piccoli ma necessari: «Sono soltanto gocce, ma ognuno può mettere la propria». Anche i pianti ascoltati una notte, nella sua casa vicino a un ospedale, sono diventati per lui l’inizio di una trasformazione personale.


Dall’assistenza all’indipendenza economica

Con il passare degli anni, l’esperienza sul campo lo ha portato a rivedere le prime convinzioni. Intervenire soltanto con aiuti periodici può alleviare un bisogno immediato, ma non garantisce che una famiglia riesca poi a sostenersi senza supporto. Romagnoli paragona questo rischio alla consegna regolare di cibo senza insegnare a produrlo.

Per questo, soprattutto nei programmi rivolti alle donne, la fondazione sostiene l’avvio di attività che possano diventare autosufficienti. Il denaro non viene distribuito senza una finalità precisa: serve a finanziare un progetto fino al momento in cui riesce a reggersi da solo. È una strada più lenta, ma secondo Romagnoli offre risultati più solidi.

Alcune beneficiarie hanno acquistato mulini e, partendo da condizioni di forte vulnerabilità, hanno avviato piccole imprese. L’esperienza lo spinge a chiedere maggiore conoscenza diretta a chi progetta gli interventi internazionali: a suo giudizio, le strategie funzionano davvero solo quando tengono conto della realtà vissuta dalle comunità coinvolte.


La guerra ha colpito soprattutto i giovani

Nel Tigray, la guerra civile iniziata nel novembre 2020 e terminata due anni dopo con l’Accordo di Pretoria ha lasciato conseguenze che vanno oltre i danni visibili. Romagnoli sottolinea il peso dei traumi psicologici e delle ricadute economiche, considerate persino più persistenti delle distruzioni immediate.

Molti ragazzi che avevano cominciato l’università con buoni risultati hanno dovuto interrompere gli studi. La violenza ha spezzato percorsi formativi e progetti personali, mentre la paura è entrata nella vita quotidiana. La ripresa, spiega, dovrà partire da ciò che è rimasto, ma richiederà tempo.

La crisi ha aggravato una situazione già difficile per i minori e per le ragazze diventate madri troppo presto. A questa emergenza il progetto ha risposto ampliando i propri servizi: oltre al villaggio sono nati un centro per le urgenze, una struttura per la malnutrizione, una scuola accessibile anche a bambini ciechi, presidi sanitari e iniziative destinate alle donne che abitano fuori dall’insediamento.


La partenza da Roma e l’incontro decisivo

Romagnoli era nato in una famiglia di professionisti e, dopo la laurea in Economia e Commercio, aveva lavorato per cinque anni nello studio del padre commercialista. Quel mondo ordinato gli permetteva di analizzare problemi e meccanismi, ma non rispondeva alla vita che desiderava davvero.

La svolta arrivò anche grazie al padre, che comprese il suo disagio e lo incoraggiò a seguire una strada diversa. Romagnoli aveva maturato la sensazione che le risorse fossero distribuite in modo profondamente diseguale: in alcune aree del pianeta non mancava nulla, mentre altrove mancava quasi tutto.

Una trasmissione televisiva sull’Etiopia, introdotta da Enzo Biagi, riaccese il ricordo di quei lamenti uditi nella notte. Quelle immagini gli fecero pensare che il viaggio potesse essere il modo per capire quale contributo offrire. Così, ventisei anni fa, lasciò Roma e partì.


Melat e il villaggio di Adwa

Il primo approdo fu Adwa, nel Tigray, dove Romagnoli si appoggiò a una missione già attiva. Dopo una fase di osservazione e di ascolto delle necessità locali, incontrò Melat, una bambina abbandonata che riceveva soltanto qualche avanzo di cibo. Decise di adottarla e avviò le pratiche necessarie.

Quell’incontro gli confermò di essere arrivato nel luogo giusto. Insieme ai genitori fondò poi James non morirà, intitolata a un bambino malato di leucemia che aveva tentato di curare. Il progetto è diventato un villaggio formato da sedici nuclei familiari, ciascuno affidato a una mami incaricata di accogliere e crescere i minori trovati per strada, nei pressi dei canali o davanti ai cancelli.

Melat oggi lavora come maestra d’asilo. La sua vicenda, come quella di altri giovani rimasti in Etiopia per aiutare chi è arrivato dopo di loro, rappresenta per Romagnoli la possibilità di restituire ciò che si è ricevuto. Il suo bilancio, nonostante le difficoltà e la lentezza dei cambiamenti, resta legato a quei pianti ascoltati nel buio: sono stati loro, dice, a modificare il suo modo di guardare il mondo.

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