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Lifestyle 2 min di lettura3 ore fa

Richard Gere e il caso Albania: «I diritti non si fermano ai confini

L’attore sostiene ActionAid e critica detenzione, espulsioni e trasferimenti fuori dall’Europa nella gestione delle persone migranti

«Siamo tutti migranti». Richard Gere affida a questa frase il centro del suo appello, chiedendo di proteggere la dignità delle persone costrette a lasciare il proprio Paese. Nel messaggio, l’attore invita a non considerare i diritti umani un ostacolo e chiude con un monito: «Difendiamo la nostra comune umanità finché siamo ancora in tempo».


Il rapporto mette sotto esame i rimpatri

L’intervento accompagna la pubblicazione di «Trattenuti», rapporto curato da ActionAid insieme all’Università degli Studi di Bari. Il documento esamina i Centri di permanenza per il rimpatrio e le politiche italiane rivolte alle persone straniere prive di permesso di soggiorno.

Gere collega a questo sistema quelli che definisce costi umani e fallimenti di un approccio basato soprattutto sulla detenzione. Nel suo intervento sostiene che i flussi possano essere governati con strumenti differenti, senza condizioni degradanti, senza limitare la possibilità di chiedere asilo e senza trasformare le garanzie fondamentali in un impedimento.


La migrazione oltre numeri e minacce

Nel corso degli anni l’attore racconta di avere incontrato persone fuggite da guerre, persecuzioni, povertà, disuguaglianze e disastri climatici. Secondo Gere, dietro percorsi diversi ci sono aspirazioni comuni: vivere al sicuro, conservare la propria dignità e guardare al futuro con speranza.

A suo giudizio, il linguaggio sulla migrazione è cambiato profondamente in Europa e in altri Paesi. Le persone, afferma, vengono sempre più descritte come cifre da gestire, problemi da risolvere o potenziali minacce. Pur riconoscendo ai governi il compito di organizzare i flussi e tutelare la sicurezza, l’attore avverte che questo obiettivo non può essere raggiunto comprimendo i diritti fondamentali.

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Il modello italiano finisce nel mirino

Il passaggio più duro riguarda l’Italia. Gere contesta la crescente normalizzazione di detenzione, deportazioni e trasferimenti di persone al di fuori dei confini europei, indicando nei centri realizzati in Albania uno degli esempi più significativi di questa impostazione.

A suo parere, il progetto sposta la gestione dei migranti lontano dal territorio dell’Unione europea e rende meno visibile il controllo dell’opinione pubblica. Il sistema italiano, avverte, potrebbe diventare un precedente per le future politiche europee sulla migrazione.

Richard Gere, che vive in Spagna con la moglie Alejandra Silva e i loro figli, ha già sostenuto campagne sui diritti abitativi e assunto posizioni pubbliche sulla guerra di Gaza e sulla Flotilla. Ora, schierandosi con ActionAid, riassume la sua posizione in una frase: «La paura sta sostituendo la compassione».

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