Renate Reinsve, il ruolo più distante da sé in Fjord
L’attrice norvegese racconta il film di Cristian Mungiu, premiato a Cannes e in arrivo nelle sale il 18 novembre
Renate Reinsve veste i panni di una donna profondamente religiosa in Fjord, il film di Cristian Mungiu premiato con la Palma d’Oro a Cannes. Per l’attrice norvegese, il confronto con un personaggio così lontano dalla propria esperienza è diventato il centro del lavoro.
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Una parte lontana dalla sua vita
Dopo aver letto la sceneggiatura, Reinsve poteva scegliere tra Mia, un’ex avvocata progressista simile a lei, e Lisbet, infermiera devota con uno stile di vita quasi monastico. La decisione è caduta proprio sulla seconda, perché interpretare qualcuno di estraneo alle sue convinzioni le offriva una difficoltà concreta da affrontare.
«È stato un privilegio imparare a conoscerla: il pregiudizio si è trasformato in empatia, rispetto e amore», ha raccontato l’attrice. Lisbet è una madre coinvolta in una vicenda dolorosa: dopo che un’insegnante nota alcuni lividi sul corpo del figlio adolescente Elia, i servizi sociali prendono in carico tutti e cinque i bambini, compreso il neonato ancora allattato. La decisione finale spetterà al tribunale, chiamato a stabilire se ci siano stati maltrattamenti.
La storia è ambientata in un villaggio isolato della Norvegia, dove una donna norvegese vive con il marito romeno, interpretato da Sebastian Stan, e i loro figli. Il rapporto con i vicini progressisti Halberg porta alla luce il conflitto tra convinzioni religiose, modelli educativi e intervento delle istituzioni. Fjord sarà distribuito nelle sale italiane dal 18 novembre.
La regia tra sottrazione e controllo
Per aderire a personaggi molto diversi, Reinsve dice di affidarsi alla visione di chi dirige. Nel caso di Mungiu, il lavoro ha richiesto gesti ridotti, espressioni contenute e una recitazione priva di effetti vistosi: «Il regista procede per sottrazione. Sei piccola, l’effetto nasce dall’insieme dei dettagli, non dalla tua interpretazione».
Il metodo è diverso da quello sperimentato con Joachim Trier, che nel 2021 l’ha scelta per La persona peggiore del mondo, ruolo premiato a Cannes. Mungiu evita spesso i primi piani e può lasciare l’attrice persino fuori fuoco, perché la tensione deve emergere dalla composizione complessiva e non dalla singola performance.
Secondo Reinsve, il film non prende posizione in modo semplice tra laici e religiosi. La pellicola mette invece a confronto liberalismo e conservatorismo, mostrando quanto sia difficile discutere di temi complessi senza cercare subito una risposta netta. «Fjord non offre risposte. Offre domande», ha detto parlando del progetto.
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Dalla rinuncia al successo
La carriera dell’attrice ha preso forma dopo anni di incertezza. Cresciuta in una fattoria isolata, Reinsve ha scoperto il teatro a scuola e lo ha considerato il primo luogo in cui sentirsi davvero accolta. In seguito ha lasciato il nuoto agonistico, studiato in Scozia e lavorato sui palcoscenici di Oslo, attraversando anche una fase in cui pensava di abbandonare la recitazione per dedicarsi alla falegnameria.
La svolta è arrivata quando Isabelle Huppert l’ha vista recitare in Edda di Bob Wilson e l’ha segnalata a Joachim Trier. Da lì sono arrivati La persona peggiore del mondo, Sentimental Value, vincitore del Grand Prix a Cannes nel 2025 e candidato agli Oscar 2026, oltre a lavori come Another End, Presunto innocente, A Different Man, Armand e l’horror Backrooms.
Oggi Reinsve continua a privilegiare i progetti d’autore, pur alternandoli a produzioni internazionali. Dopo le riprese di Somewhere Out There di Alexander Payne, ha iniziato a lavorare con Mia Hansen-Løve in If Love Should Die, biografia di Mary Wollstonecraft, filosofa e scrittrice considerata una pioniera del femminismo.
Il volto meno noto della Norvegia
La lavorazione di Fjord l’ha portata anche a guardare diversamente il proprio Paese. Mungiu ha raccolto testimonianze di numerose famiglie e studiato casi reali legati al Barnevernet, il sistema norvegese per la tutela dell’infanzia e dell’adolescenza. Reinsve riconosce che, accanto a istituzioni solide e a una democrazia funzionante, esistono fragilità che non possono essere ignorate.
L’attrice ha riflettuto anche sulla diffidenza della società norvegese verso le religioni conservatrici e sulle discriminazioni subite dai Sami fino all’inizio degli anni Ottanta. Il trasferimento da Solbergelva a Oslo le ha mostrato inoltre quanto i giudizi possano arrivare anche dagli ambienti liberal, soprattutto verso chi proviene da realtà più tradizionali.
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