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Regeni, la verità si ferma al sequestro: il prezzo dei rapporti con l’Egitto

La sentenza di Roma condanna tre agenti egiziani, ma lascia senza risposta le accuse più gravi mentre gli interessi strategici tra Italia ed Egitto restano intatti

Sei miliardi di euro di scambi commerciali, il ruolo dell’Eni nel gas del Mediterraneo e la collaborazione su migrazioni e sicurezza spiegano perché, dopo la sentenza sul caso Regeni, i rapporti tra Roma e Il Cairo non siano destinati a cambiare. Antonio Tajani lo ha chiarito subito: «Non è stato condannato l’Egitto, sono state condannate tre persone».


Gli interessi restano intatti

La posizione del governo italiano è stata netta anche nel tono: i tre imputati sono stati trattati come singoli responsabili e non come espressione degli apparati statali egiziani. Una distinzione che, nelle parole del ministro degli Esteri, consente di mantenere aperto il dialogo con il Cairo.

In gioco non ci sono soltanto i rapporti commerciali. L’Eni opera in uno dei principali giacimenti di gas naturale del Mediterraneo, al largo di Port Said, mentre l’Egitto viene considerato un interlocutore essenziale per la Libia, per gli equilibri regionali e per i conflitti mediorientali. Anche la gestione dei flussi migratori pesa sul quadro: l’Unione europea ha sottoscritto con il Cairo un’intesa da sette miliardi di euro.


Una giustizia rimasta incompleta

Sul piano giudiziario, invece, il lavoro italiano è arrivato fino in fondo nei limiti imposti dall’assenza degli imputati. Carabinieri e magistrati hanno raccolto gli elementi disponibili, celebrato il dibattimento e garantito le prerogative sia dei familiari di Giulio Regeni sia dei tre accusati, mai comparsi davanti alla Corte d’Assise di Roma.

La condanna a dieci anni riguarda il sequestro di persona. Non comprende l’omicidio né le torture, le accuse più gravi legate alla morte del ricercatore. Per questo l’esito del processo consegna soltanto una parte della verità, mentre i responsabili restano in Egitto, sotto la protezione delle autorità locali.


Il Cairo ha ostacolato le indagini

Giulio Regeni aveva 28 anni, era italiano e svolgeva attività di ricerca per l’Università di Cambridge. Il 25 gennaio 2016 scomparve al Cairo; secondo quanto emerso nel procedimento, fu catturato dagli apparati di sicurezza egiziani e trattenuto per giorni.

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Il suo corpo venne poi ritrovato abbandonato lungo una strada, tra i rifiuti. Presentava fratture, bruciature diffuse e lesioni da taglio, segni compatibili con almeno sette giorni di violenze. Gli elementi raccolti hanno indicato non un episodio isolato degenerato, ma una pratica di sevizie organizzata.

Le autorità egiziane, tuttavia, non hanno mai consegnato i tre ufficiali della National Security individuati dagli investigatori italiani. Per un decennio il Cairo ha negato l’accesso a informazioni e materiali, ostacolato gli accertamenti e alimentato ricostruzioni ritenute false, rendendo impraticabile la loro presenza in aula.


La ragion di Stato prevale

Mentre il procedimento italiano proseguiva, il governo di Roma ha protestato contro gli ostacoli egiziani senza arrivare a una rottura. Giorgia Meloni si è recata quattro volte al Cairo per incontri ufficiali con il presidente Al Sisi, descritti come cordiali, a conferma della scelta di preservare il canale politico.

La vicenda mostra così il peso attribuito alle esigenze economiche e strategiche rispetto alla piena ricerca della verità sulla morte di Regeni. Le regole della democrazia italiana hanno prodotto una sentenza, ma la mancata collaborazione dell’Egitto ha impedito che il procedimento arrivasse a stabilire anche le responsabilità per le torture e per l’omicidio.

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