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Lifestyle 3 min di lettura1 ora fa

Refn torna al neon, ma il nuovo film lascia un vuoto

A dieci anni dall’ultimo lungometraggio, il regista danese costruisce un incubo visivo tra leggende urbane, violenza e personaggi incapaci di lasciare il segno.

Il ritorno al cinema di Nicolas Winding Refn, dopo dieci anni di distanza dal precedente lungometraggio, coincide con un’opera che porta all’estremo il suo stile e, nello stesso tempo, ne mostra i limiti. Her Private Hell è un incubo immerso nel neon, costruito come un sogno lucido che finisce per dissolversi senza lasciare una forma davvero solida.


L’estetica prende il posto della storia

Presentato in anteprima fuori concorso all’ultimo Festival di Cannes, il film segue Elle, interpretata da Sophie Thatcher, in una città irreale dove luci artificiali, vicoli e foschia evocano tanto un videogioco quanto Blade Runner. Nel luogo si diffonde la voce di Leather Man, figura senza volto che approfitterebbe dell’oscurità urbana per aggredire giovani donne.

Havana Rose Liu e Charles Melton affiancano Thatcher, mentre Shioli Kutsuna e Diego Calva compaiono in ruoli secondari. Il racconto intreccia orrore, cinema, installazione artistica e linguaggio videoludico, ma le diverse direzioni restano spesso accostate senza trovare un punto di equilibrio.


Un incubo senza centro

Elle porta con sé un rapporto irrisolto con la figura paterna, elemento che dovrebbe alimentare sia la sua vicenda personale sia la leggenda che circonda la città. Tuttavia, il film lascia molte delle proprie suggestioni in una zona indistinta: il male ha un nome, ma non una presenza capace di trasformarsi in una vera minaccia narrativa.

Anche il personaggio di Charles Melton, Private K, amplia il discorso sulla paternità. È un soldato che cerca la figlia scomparsa e potrebbe essere finito a sua volta nella rete di violenza che attraversa quel mondo, ma la sua traiettoria rimane sospesa, insieme alle riflessioni sulla protezione delle ragazze e sul ruolo degli uomini nelle loro vite.

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Il regista davanti al proprio riflesso

Il legame con The Neon Demon appare evidente: come nel film del 2016, anche qui Refn osserva un ambiente dominato dalla voracità e dalla brutalità. La differenza è che l’immaginario, invece di sostenere la storia, sembra diventare una superficie autonoma, sempre più insistita e sempre meno capace di dare peso agli eventi.

Ne deriva l’impressione di un autore che ripete i propri segni fino a renderli riconoscibili come una firma, ma anche privi della forza originaria. Il neon, le figure enigmatiche e la messinscena sospesa tra fascino e minaccia finiscono così per coprire una narrazione frammentata, nella quale i fili vengono intrecciati senza essere davvero sviluppati.


Una fine che può diventare ripartenza

Her Private Hell arriva in una fase coerente con il percorso di Refn, regista e sceneggiatore capace di cambiare pelle più volte nel corso della carriera. Dai lavori iniziali fino alle opere successive, la trasformazione è stata costante; questo film rappresenta però il momento in cui la componente visiva sembra divorare tutto il resto.

Il risultato è un’opera svuotata, quasi una riproduzione del cinema dello stesso Refn, che conserva la riconoscibilità della forma ma perde la presa sul contenuto. Proprio questa radicalità potrebbe tuttavia indicare un possibile nuovo inizio: dopo aver portato il proprio stile fino alla rarefazione, il regista potrebbe dover trovare un modo diverso per tornare a sorprendere.

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