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Lifestyle 3 min di lettura5 giorni fa

Rai 3, il film che racconta l’Alzheimer senza pietà né retorica

Alle 21.20 arriva Familiar Touch, opera prima premiata a Venezia che segue Ruth tra perdita della memoria, ricordi riaffiorati e una nuova quotidianità

Kathleen Chalfant presta il volto a Ruth, una donna anziana che deve fare i conti con l’Alzheimer senza smarrire del tutto la propria personalità. È lei il centro di Familiar Touch, film di Sarah Friedland in onda questa sera alle 21.20 su Rai 3, capace di affrontare la demenza con realismo e senza ricorrere a facili ricatti emotivi.


Ruth oltre la diagnosi

Ruth Goldman abita da sola in California. I segnali del declino cognitivo compaiono in situazioni apparentemente banali: perde l’orientamento, confonde gli oggetti e fatica a comprendere ciò che le accade intorno. In una di queste occasioni conosce Steve, un uomo con cui conversa e flirta, prima di seguirlo in una struttura per anziani.

Solo una volta arrivata nella residenza scopre, o meglio non riesce a riconoscere, che Steve è suo figlio. L’uomo le spiega che quello sarà il suo nuovo ambiente, ma la memoria recente di Ruth non le consente di collegarlo al proprio passato familiare. La sua mente conserva invece ricordi più lontani, che diventano un appiglio prezioso.


Una nuova vita in cucina

L’inserimento nella struttura non è immediato. Ruth deve adattarsi a ritmi diversi, a volti sconosciuti e a regole che non appartengono alla sua precedente esistenza. Il rapporto con Vanessa, un’infermiera attenta e competente interpretata da Carolyn Michelle Smith, le permette gradualmente di accettare quel cambiamento.

A restituirle un senso di utilità è soprattutto il suo passato professionale. Ruth è stata una chef e conserva ancora le proprie ricette: in cucina comincia così a collaborare alla preparazione delle colazioni. La progressione della malattia lascia aperto il futuro, ma le sue giornate continuano a contenere relazioni, stimoli e improvvisi momenti di chiarezza.


Il realismo scelto da Friedland

Nel suo debutto alla regia di un lungometraggio, Sarah Friedland evita di trasformare la malattia in un melodramma. La sua esperienza maturata a contatto con persone affette da demenza e con il personale di una casa di cura ha orientato il film verso una rappresentazione concreta, costruita attraverso dettagli e comportamenti quotidiani.

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Il disturbo di Ruth viene mostrato poco alla volta. Lo spettatore condivide il suo spaesamento, mentre il confine tra ciò che accade nel presente e ciò che appartiene al passato diventa sempre più incerto. Anche la conclusione rinuncia a svolte spettacolari o a una tragedia programmata: la vita della protagonista prosegue nella sua complessità, senza ridurla al ruolo di vittima.


Un cast dentro la realtà

Accanto a Chalfant, H. Jon Benjamin affronta una parte drammatica nei panni di Steve. Il suo personaggio porta con sé il dolore di un figlio che non viene più riconosciuto dalla madre, una sofferenza trattenuta che emerge anche nel momento in cui i due ballano stretti l’uno all’altra.

Il film è stato realizzato a Villa Gardens, struttura per anziani situata a Pasadena. Alcuni residenti e componenti dello staff hanno partecipato alle riprese, contribuendo a rendere credibile l’ambiente in cui Ruth si muove. A Venezia 2024 l’opera ha ricevuto il Leone del Futuro e i riconoscimenti Orizzonti per la regia e per l’interpretazione, mentre la pellicola è stata premiata anche come Migliore opera prima.

Il titolo richiama quel contatto riconoscibile che può arrivare da una persona cara, da un gesto o da un ricordo capace di riemergere attraverso suoni, odori e voci. È un legame fragile ma ancora presente, anche quando la memoria sembra cancellare il resto.

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