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Lifestyle 5 min di lettura1 ora fa

Ragione e sentimento, il vero segreto della bellezza Regency

Serena Dyer racconta capelli, cosmetici e abitudini delle donne di Jane Austen, spiegando dove il cinema rispetta la storia e dove la reinventa.

Il fascino delle eroine di Jane Austen non nasce da un trucco elaborato né da acconciature sempre perfette. Nell’epoca in cui è ambientata la nuova versione di Ragione e sentimento, la bellezza femminile passava soprattutto dalla cura quotidiana, dalla protezione della pelle e dalla capacità di adattare il proprio aspetto alle mode del momento.

A ricostruire questo universo è Serena Dyer, storica della moda, autrice e divulgatrice britannica specializzata nella cultura materiale tra Settecento e Ottocento. I suoi studi mostrano come abiti, consumi e pratiche estetiche fossero legati alle aspirazioni sociali, alle convenzioni e alle contraddizioni dell’epoca.

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Capelli sciolti, un dettaglio fedele

Secondo Dyer, l’adattamento cinematografico è più accurato di quanto si possa pensare. Il film non riprende infatti l’immagine più conosciuta dell’abbigliamento dei primi anni dell’Ottocento, ma torna agli anni Novanta del Settecento, periodo nel quale Jane Austen lavorò alla prima stesura del romanzo.

Quella fase fu segnata da una trasformazione della moda. Per le donne adulte, portare i capelli lunghi sciolti poteva essere una scelta perfettamente plausibile: lo confermano i ritratti, le tavole di moda, ma anche diari, lettere e manuali dedicati alle acconciature. «Era un periodo di passaggio per la moda», osserva la storica, sottolineando come il film si discosti dalle ricostruzioni più convenzionali.

La rappresentazione cinematografica evita così uno degli stereotipi più diffusi nei drammi in costume: l’idea che ogni donna dovesse esibire sempre una pettinatura complessa e rigidamente ordinata. Anche l’aspetto apparentemente naturale poteva essere il risultato di gesti precisi e di una manutenzione regolare.


La routine quotidiana delle donne

Il bagno di Marianne, presente nel film, rimanda a un’abitudine che non era necessariamente rara. I capelli potevano essere lavati con una certa frequenza, forse una volta ogni sette giorni; negli intervalli venivano spazzolati con vigore usando strumenti realizzati con setole di cinghiale. Questa pratica aiutava a distribuire lungo la chioma gli oli prodotti naturalmente dalla pelle.

Per modellare i capelli si ricorreva al pomatum, una sostanza grassa di origine animale. Le polveri profumate, ottenute da sostanze amidacee, servivano invece ad assorbire l’eccesso di unto. La pelle veniva trattata con preparati a base di olio di mandorle e acqua di rose, mentre cuffiette e parasoli rappresentavano la difesa più efficace contro il sole, in un’epoca priva delle moderne creme con fattore di protezione.

La cura dell’aspetto richiedeva quindi tempo, ma non disponeva della vasta gamma di prodotti oggi considerata normale. Per le occasioni importanti si poteva chiedere l’intervento di un parrucchiere; nella vita di tutti i giorni, invece, una domestica, una sorella o la madre potevano occuparsi della pettinatura.


Il mito di una moda immobile

Uno degli errori più frequenti consiste nell’usare l’etichetta “Regency” per indicare indistintamente circa trent’anni di storia. In realtà, tra gli anni Novanta del Settecento e il 1813, periodo associato alla prima stagione di Bridgerton, abiti e acconciature cambiarono in modo evidente.

Anche l’idea di una società governata da regole femminili assolute va ridimensionata. I manuali di buone maniere descrivevano comportamenti ideali e spesso nascevano proprio dal timore che le giovani non li seguissero. Per Dyer, quei testi restituiscono una visione conservatrice e parziale, non una fotografia completa della vita quotidiana.

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Lo stesso vale per i corsetti. L’immagine di donne costrette in strutture strettissime non è adatta a descrivere automaticamente l’abbigliamento di quegli anni, soprattutto quando si parla di vestiti a vita alta, nei quali il punto vita risultava già nascosto dalla linea dell’abito.


Pettinature e posizione sociale

In quel periodo capelli e vestiti comunicavano qualcosa sull’identità di una donna, ma non attraverso un sistema rigido e universale. Non era obbligatorio, per esempio, che tutte le donne sposate indossassero una cuffietta. Più semplicemente, molte potevano sceglierla perché la gestione della casa lasciava meno tempo da dedicare a elaborate acconciature.

Cambiare pettinatura era inoltre un modo relativamente accessibile per rinnovare il proprio aspetto, anche quando non si poteva acquistare un abito nuovo. Turbanti ottenuti avvolgendo stoffe intorno alla testa, fiori, piume, coralli e perle comparivano tra gli ornamenti più apprezzati nelle diverse fasi del periodo.

Le tensioni sociali emergevano anche dal timore che le domestiche adottassero abiti simili a quelli delle signore. Molte presunte regole sull’abbigliamento erano dunque una risposta a queste preoccupazioni, più che norme rispettate in modo uniforme da tutta la società.


Un trucco quasi invisibile

L’immagine della bellezza naturale è soltanto in parte spontanea. Anche alla fine del Settecento la stampa rimproverava alle donne di dedicare troppo tempo al proprio aspetto e di alterare il volto con cosmetici e capelli posticci. Allo stesso tempo, i prodotti disponibili erano meno numerosi e le pratiche estetiche più contenute rispetto a quelle contemporanee.

Il cosmetico più comune era il rouge, usato sulle guance e sulle labbra. Per definire le sopracciglia si poteva impiegare un chiodo di garofano bruciato, mentre alcune pomate venivano pubblicizzate come rimedi contro le lentiggini, senza però prove certe sulla loro efficacia.

Le polveri e le creme che rendevano il viso più pallido, diffuse nei primi decenni del Settecento, avevano perso popolarità verso la fine del secolo. Un trucco molto evidente poteva inoltre suscitare disapprovazione, perché associato ad attrici e prostitute: accusare una donna di truccarsi era considerato offensivo.


Il fascino ancora attuale

L’estetica portata sullo schermo funziona quindi proprio perché non coincide con l’idea di una bellezza completamente priva di artifici. Dietro un volto fresco e poco truccato c’erano spazzole, creme, profumi, accessori e una precisa attenzione alla presentazione di sé.

Dyer ritiene che l’attrazione esercitata dalla moda di quegli anni dipenda anche dalla sua relativa accessibilità. Rispetto alle grandi gonne a cerchio del Settecento o alle strutture voluminose dell’Ottocento, le silhouette a vita alta e gli ornamenti per capelli offrono un’immagine più semplice da reinterpretare. È questo equilibrio tra naturalezza apparente, cura personale e possibilità di adattamento a rendere ancora riconoscibile il fascino delle donne di Jane Austen.

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