Ragazzi e social, la guida per non farsi travolgere dalla paura
Dalle immagini violente agli allarmi diffusi nelle chat, il ruolo degli adulti diventa decisivo: ecco come verificare i messaggi, proteggere i minori e chiedere aiuto
Per affrontare i rischi legati alla presenza dei minori in rete esistono strumenti gratuiti pensati per le famiglie. Il manuale “Social e minori” di Save the Children offre indicazioni sull’educazione digitale e sulla tutela dei diritti dell’infanzia, mentre Telefono Azzurro mette a disposizione il “Decalogo per essere genitore nel digitale” e il numero 19696, dedicato a bambini e adolescenti.
Informazioni aggiuntive si possono trovare anche su “Generazioni connesse”, il centro nazionale per la sicurezza in rete promosso dal ministero dell'Istruzione e del Merito. L’obiettivo, in tutti i casi, è aiutare gli adulti a trasformare la tecnologia da fonte di allarme a occasione di dialogo e accompagnamento.
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La prevenzione parte dalla famiglia
Non tutte le famiglie dispongono delle stesse risorse. La fondazione L’albero della vita lavora con nuclei che vivono situazioni di fragilità e marginalità attraverso centri educativi presenti a Milano, Genova, Catanzaro, Perugia, Napoli e Palermo. Isabella Catapano, direttrice generale dell’organizzazione, ha spiegato che «con il lavoro quotidiano di educatori e psicologi, non ci limitiamo ad assistere, ma costruiamo veri e propri percorsi di emancipazione attraverso azioni tangibili: laboratori formativi e sostegno mirato alla genitorialità».
Il sostegno agli adulti comprende quindi anche attività concrete, formazione e accompagnamento psicologico. Il tema non riguarda soltanto il tempo trascorso davanti allo schermo: contano la capacità di riconoscere i segnali di disagio, la qualità delle conversazioni in casa e la presenza di regole adeguate all’età.
Immagini e messaggi da controllare
Valentina Di Mattei, presidente dell'Ordine degli psicologi e delle psicologhe della Lombardia e referente del gruppo di lavoro sull’intelligenza artificiale del Consiglio nazionale dell'Ordine, invita i genitori a «non lasciare soli i ragazzi quando immagini di violenza e inviti a ritrovi circolano sui social». Parlare con i figli permette di capire se un contenuto è attendibile, chi lo ha diffuso, quale obiettivo può avere e dove dovrebbe svolgersi l’incontro annunciato.
Prima di inoltrare un messaggio è utile verificarne la provenienza e ridurre la circolazione di filmati violenti. Di Mattei considera inoltre importanti le impostazioni di riservatezza, i sistemi per limitare i contatti e le funzioni che consentono di bloccare o segnalare profili e contenuti. Questi strumenti vanno scelti insieme ai ragazzi, tenendo conto della loro età e della situazione concreta.
In presenza di minacce precise o di fatti che possono costituire reato, le famiglie possono usare i sistemi di segnalazione integrati in TikTok, Telegram, WhatsApp e Instagram. Per gli episodi più gravi è invece necessario rivolgersi alla Polizia Postale, attraverso il portale dedicato, per presentare una denuncia o trasmettere una segnalazione.
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Quando la paura invade le chat
Nei giorni scorsi, a Milano, vetrine distrutte, attività commerciali depredate, cassonetti incendiati e lanci di oggetti contro le forze dell’ordine hanno mostrato come la mobilitazione possa passare rapidamente dagli schermi alle strade. A partecipare, accanto ai ragazzi della generazione Z, sono stati anche adolescenti più giovani della generazione Alpha, raggiunti da video diffusi su TikTok e rilanciati nelle conversazioni di Telegram e WhatsApp.
Nelle chat studentesche, intanto, si sono diffuse voci incontrollate su presunti gruppi intenzionati ad aggredire e violentare ragazze. Gli allarmi, rimbalzati tra Lecco, Ravenna e Verona, hanno spinto alcune famiglie a tenere le figlie a casa e diversi studenti a non andare a scuola. Il caso mostra quanto velocemente un’informazione non verificata possa produrre conseguenze reali.
Rabbia sociale e responsabilità
Dietro le proteste sono emersi anche sentimenti di esclusione, povertà e frustrazione legati alle disuguaglianze e all’aumento del costo della vita. Alcuni ragazzi hanno raccontato all’agenzia Ansa di percepire il centro delle città come il luogo della possibilità, mentre le periferie resterebbero ai margini. In un altro caso, riportato negli atti della Procura, un adolescente avrebbe seguito gli appelli diffusi su TikTok anche sotto il peso di difficoltà familiari e della preoccupazione per il lavoro del padre.
Sul piano politico, il Governo ha annunciato un inasprimento delle sanzioni per chi organizza o prende parte ai disordini, prevedendo conseguenze economiche anche per i genitori. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha respinto l’idea che devastazioni e furti possano essere considerati una forma di protesta: «Non c'è niente di rivoluzionario nel devastare e nel rubare, non è protesta, è criminalità».
La Garante dell’Infanzia Marina Terragni ha descritto la violenza vissuta come un «enorme videogame» e ha chiesto limiti anagrafici più rigidi per l’accesso ai social. Alberto Pellai, medico psicoterapeuta dell’età evolutiva, ha ricordato che non esiste un’unica formula valida per ogni famiglia, ma ha indicato come riferimento l’accesso allo smartphone dopo i 14 anni e quello ai social dopo i 16, in linea con le indicazioni della Società nazionale di pediatria.
Il punto centrale resta spiegare ai minori che il web non è uno spazio privo di conseguenze. Registrare aggressioni, diffondere materiale violento o amministrare gruppi che alimentano l’odio può integrare un reato; per i ragazzi dai 14 anni possono inoltre scattare responsabilità dirette, insieme a possibili ricadute economiche sull’intera famiglia.
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