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Lifestyle 3 min di lettura1 ora fa

Milena Vukotic, il ritratto senza filtri: paura, Bach e un rimpianto

L’attrice racconta fragilità, desideri, passioni e il modo in cui ha scelto di vivere tra Roma, teatro, amicizie e consapevolezza.

Milena Vukotic si racconta attraverso ciò che ama, ciò che teme e le occasioni in cui guarda a se stessa con maggiore severità. Nel suo autoritratto emergono il rimpianto di non aver avuto figli, un rapporto non semplice con il corpo, la passione per il lavoro e il desiderio di restare fedele alla propria identità.

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La paura più grande resta interiore

L’attrice individua nella paura della paura il suo timore più profondo. La felicità, invece, non è legata a un luogo o a un episodio preciso: la considera un sentimento mobile, capace di manifestarsi in contesti diversi, mentre oggi si definisce contenta perché svolge un’attività che ama e dalla quale continua a ricevere stimoli.

Tra i suoi beni più importanti mette l’amicizia e, degli amici, apprezza soprattutto l’allegria. La parola che pronuncia più spesso è «grazie», mentre negli altri non sopporta la malafede e la mancanza di sincerità. Di sé riconosce una certa disorganizzazione, qualche contraddizione e una caratteristica che considera particolarmente evidente: la lentezza.

Il rapporto con l’aspetto fisico è meno indulgente. Vukotic ammette di non amare il proprio corpo e di concentrarsi quindi sui difetti; anche il naso, se potesse intervenire su un dettaglio del suo volto, sarebbe il primo elemento da cambiare, perché lo ha percepito come un limite nel percorso professionale. Tra le spese superflue cita invece le scarpe, nelle quali riconosce di investire più denaro del necessario.


Un rimpianto e la scelta di restare sé

Il rimpianto più rilevante riguarda la maternità: «Non aver avuto figli», risponde quando le viene chiesto quale sia la sua più grande occasione perduta. Non indica invece una persona specifica da disprezzare, ma prende le distanze da chi vive senza sincerità. Dice anche di mentire di rado, riservando questa possibilità soltanto a situazioni davvero serie.

Se potesse ricominciare dopo la morte, non sceglierebbe un’altra identità: vorrebbe tornare a essere se stessa e ripetere il proprio cammino. Allo stesso modo, considera una forma estrema di infelicità l’incapacità di riconoscere il miracolo della vita. Il luogo in cui desidera continuare a vivere è Roma, la città che già abita e dalla quale non sente il bisogno di allontanarsi.

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La sua idea di serenità coincide con una condizione di quiete interiore. E, immaginando l’ultimo momento, esprime un desiderio preciso: «Mi piacerebbe morire ascoltando la musica di Johann Sebastian Bach». Il viaggio che più la affascina non è geografico, ma quello dentro l’anima.


Il lavoro come conquista quotidiana

La parte preferita della sua occupazione è lo studio dei personaggi. Proprio la possibilità di fare ciò che ama rappresenta, per lei, il risultato più importante raggiunto nel corso della vita. Non indica un solo talento altrui da ammirare, perché sostiene di trovare qualità preziose in molte persone; tra quelle che vorrebbe possedere c’è però l’abilità matematica.

In letteratura predilige Fëdor Dostoevskij, anche se ogni nuovo autore capace di conquistarla può diventare, almeno per un periodo, il suo preferito. Tra i personaggi della narrativa sceglie Alice nel Paese delle Meraviglie, mentre nella vita reale indica Federico Fellini come figura eroica. Tra i nomi propri, invece, mostra una predilezione per Tatiana.

Il suo motto arriva da una battuta pronunciata in scena, quando interpretava una scienziata del Settecento: «Non dobbiamo lasciare che la realtà distrugga i nostri sogni». Una frase che riassume il suo modo di guardare al percorso compiuto: con consapevolezza delle fragilità, ma anche con la soddisfazione di essere rimasta dentro la propria vocazione.

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