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Lifestyle 2 min di lettura3 giorni fa

Quando vestirsi diventa libertà: il messaggio da Milano

Durante la Milano Fashion Week, testimonianze dall’Iran, dall’Afghanistan e dai luoghi di guerra hanno trasformato la moda in una riflessione sui diritti.

Mostrare i capelli, scegliere un trucco o decidere quale abito indossare può sembrare un gesto quotidiano. Per molte donne, però, queste azioni rappresentano una conquista e talvolta un atto di resistenza. È il tema emerso a Milano durante l’incontro “Donne: la libertà è sempre di moda”, organizzato dall’Istituto Milton Friedman.


La moda oltre l’apparenza

Il confronto “Cosa nasconde il tuo make-up?” ha riunito Chiara Boni, Filippo Bruno di Tornaforte, allievo di Karl Lagerfeld, Marina Ghamari, Farnoush Hamidian, Leila Pasar e Taylor Mega. Il dialogo ha collegato la costruzione della propria immagine alla possibilità di autodeterminarsi, andando oltre il semplice linguaggio estetico.

Per chi vive o proviene dall’Iran, il rapporto con i capelli e con l’abbigliamento è legato alle proteste degli ultimi anni. Lo stesso filo conduttore ha attraversato gli interventi di una sopravvissuta al rapimento di Hamas, di una donna yazida vittima dell’ISIS, di un’ex ostaggio del 7 ottobre, di un’attivista afghana e di alcune dissidenti iraniane.


Le voci di chi ha resistito

Ela Elyakim, israeliana e italiana, aveva otto anni quando venne sequestrata da Hamas il 7 ottobre 2023, nel kibbutz di Nahal Oz, insieme alla sorella Dafna. Trascorse 51 giorni a Gaza e ha ricordato di essere stata rinchiusa in uno spazio simile a una gabbia; alla domanda su cosa l’avesse sostenuta, ha indicato semplicemente sua sorella: «Mia sorella».

Fawzia Amin Sido, originaria di Sinjar, fu rapita dall’ISIS nel 2014, quando aveva dieci anni. Separata dal fratello, passò attraverso anni di sfruttamento e violenze prima di essere liberata dopo un decennio. Dal palco ha chiarito di non cercare pietà, ma dignità e la possibilità di tornare a essere «una figlia che può abbracciare sua madre».

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Iran e Afghanistan, diritti negati

Elaheh Tavakolyan ha raccontato di aver partecipato alle manifestazioni iraniane insieme alle figlie e di essere stata colpita durante una protesta. Il suo intervento si è chiuso con lo slogan «Donna, vita, libertà», diventato il simbolo della mobilitazione contro le imposizioni sul corpo e sull’abbigliamento femminile.

Dall’Afghanistan, Husna Jalal ha descritto invece le misure dei talebani, compreso il divieto per le ragazze di proseguire gli studi oltre la sesta classe. La sua testimonianza ha riportato il dibattito dalla passerella alle conseguenze concrete delle restrizioni.


Una sfilata per mostrarsi

A chiudere il percorso è stata “Lux”, collezione di Marilena Spiridigliozzi presentata come una riflessione sulla luce, sui vestiti e sulla libertà di apparire senza doversi nascondere. La sfilata è rientrata nel panel dedicato al significato del make-up.

Il messaggio dell’iniziativa è così passato attraverso due piani distinti ma collegati: da una parte la creatività della moda, dall’altra le storie di donne alle quali è stata negata la possibilità di scegliere come vivere, studiare o mostrarsi.

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