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Lifestyle 5 min di lettura3 ore fa

Quando il suono ci costringe a rallentare: l’arte da ascoltare

Dalle cuffie nelle gallerie alle stanze progettate per le vibrazioni, le opere sonore chiedono un’attenzione incompatibile con la logica del multitasking.

«Ascoltare in cuffia è un’esperienza sicuramente intima, ma isolata». Giorgio de Vecchi e Giulia di Lenarda spiegano così il passaggio decisivo tra una registrazione ascoltata individualmente e un’opera pensata per occupare un ambiente. Quando il suono viene diffuso in una sala progettata per accoglierlo, infatti, le vibrazioni non interessano soltanto l’udito: coinvolgono il corpo e trasformano lo spazio.

I due progettisti descrivono questa esperienza come una sorta di architettura temporanea, costruita con l’aria e capace di avvolgere chi ascolta. Anche gli impianti, quindi, non sono semplici strumenti tecnici: la loro forma dialoga con l’ambiente e contribuisce alla percezione dell’opera.


Il suono entra nel corpo

La differenza, secondo de Vecchi e di Lenarda, è simile a quella tra osservare un paesaggio dal finestrino e scendere dal treno per attraversarlo a piedi. La cuffia offre concentrazione e raccoglimento, mentre una sala dedicata permette al suono di diventare una presenza fisica condivisa.

Queste opere non si limitano a proporre musica o parole da seguire. Creano piuttosto immersioni emotive in cui orecchie, immaginazione e sensazioni corporee procedono insieme. È un’esperienza che non si può consumare con un’occhiata rapida né ridurre a un’immagine da attraversare velocemente.


La velocità resta fuori dalla sala

Nei musei, l’autrice racconta di essersi abituata a passare rapidamente da un’opera all’altra, dedicando a ciascun quadro appena il tempo di uno sguardo. Proprio per questo, il suono è riuscito a interrompere una consuetudine ormai automatica: non offre un’immagine da vedere e non consente di anticipare la conclusione.

In passato le installazioni sonore le risultavano irritanti perché imponevano di rimanere ferme. L’episodio decisivo è avvenuto a Berlino, in uno spazio di Kreuzberg dove Le Son 7 aveva disposto alcuni cavalletti con cuffie appese, senza quasi altri elementi visivi. All’inizio la stanza sembrava priva di interesse; poi, ascoltando The Drifters di Miranda July, la resistenza si è trasformata in attenzione autentica.

Il compositore canadese R. Murray Schafer osservava nel 1977 che «le orecchie non hanno palpebre». In una società dominata dagli schermi, il concetto assume un significato preciso: dai suoni non ci si può schermare con la stessa facilità con cui si chiude una pagina o si salta un contenuto.


Ascoltare senza fare altro

L’interesse per queste esperienze cresce mentre l’ascolto, in senso più ampio, è già diventato un’abitudine diffusa. In Italia i podcast raggiungono 18,5 milioni di persone, l’80% in più rispetto al 2018, secondo una ricerca NielsenIQ per Audible.

Il dato, però, ha un rovescio: il 71% degli ascoltatori sceglie i podcast perché può occuparsi contemporaneamente di altro. L’arte sonora propone invece una regola opposta: niente immagini da seguire, niente contenuti da scorrere e nessuna possibilità di accelerare davvero il tempo dell’opera.

Questa richiesta di concentrazione attraversa anche la Biennale di Venezia di quest’anno, In Minor Keys. Il progetto nasce dall’invito della curatrice Koyo Kouoh, morta prima di poterlo vedere completato, a rallentare e a sintonizzarsi sulle tonalità minori.

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Al Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi, a Cannaregio, il Padiglione della Santa Sede porta questa impostazione alle estreme conseguenze. L’installazione, intitolata L’orecchio è l’occhio dell’anima e curata da Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers con Soundwalk Collective, riunisce 24 artisti, tra cui Brian Eno, FKA Twigs e Patti Smith, e chiede ai visitatori soprattutto di ascoltare, tra cuffie, alberi e paesaggi sonori.


Gallerie, case e sale d’ascolto

A Berlino Le Son 7 lavora esclusivamente con il suono. Carolina Podestá, che ha fondato la galleria nel 2021 insieme ad Andy Footner, spiega: «Ogni pezzo si ascolta individualmente attraverso le cuffie e al massimo ci sono due o tre ascoltatori contemporaneamente».

Lo spazio propone lavori di Marina Abramović, Laurie Anderson e Miranda July, senza video né spettacoli dal vivo, e riceve il pubblico su appuntamento. Chi acquista un’opera ottiene un file WAV ad alta definizione, destinato a rimanere di sua proprietà.

La ricerca sonora entra anche negli oggetti domestici e nella progettazione d’interni. Console, sedute capaci di produrre suoni e diffusori dalla forma totemica diventano elementi da collezione, a metà tra opera e arredo.

Fino al 10 ottobre, il Nômade Temple di Portinatx, a Ibiza, ospita Cosmic Sound, progetto della piattaforma International Design curato da Valentina Guidi Ottobri insieme a Manfredi Moretti e Gabriela Soleille.

In Italia, la Triennale dispone di Voce, un ambiente di 300 metri quadrati dedicato all’ascolto, con brani inediti accessibili soltanto al suo interno. Un’altra esperienza particolarmente vicina al formato della galleria sonora è quella di settantaventidue, che fino alla fine di ottobre presenta Continuity di Charlemagne Palestine.

L’artista, tra i pionieri della musica drone, ha inaugurato l’opera attivando la Spectral Continuum Drone Machine. Da allora il dispositivo prosegue autonomamente, in un concerto destinato a modificarsi durante due mesi. Fino a metà novembre è inoltre possibile ascoltare Luce di Miki Yui, artista giapponese residente a Düsseldorf: l’opera, realizzata per la Sound Exhibition Series curata da fold/interval, esiste soltanto durante la mostra.

Gli impianti di settantaventidue sono stati sviluppati da Futura Research, laboratorio fondato nel 2023 dall’architetto Giorgio de Vecchi e da Giulia di Lenarda. Un sistema dello stesso gruppo è installato anche da Gesto, a Milano, nel quartiere di Porta Venezia, dove una sala d’ascolto è stata ricavata all’interno di un locale per cocktail.

È una formula che si inserisce nella crescita delle sale dedicate all’ascolto, luoghi in cui la fruizione musicale diventa più concentrata e il suono assume una dimensione ambientale. Per chi è abituato a passare rapidamente da un contenuto all’altro, entrare in questi spazi significa accettare una condizione insolita: restare, ascoltare e lasciare che sia l’opera a stabilire la durata dell’esperienza.

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