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Lifestyle 3 min di lettura6 giorni fa

Pet parenting, quando l’affetto per cani e gatti cambia le scelte di vita

Tra giovani che vedono il pet come un figlio e specialisti che mettono in guardia dagli eccessi, il legame con gli animali domestici sta modificando abitudini, priorità e persino l’idea di famiglia.

Molti proprietari scambiano cure e attenzioni per amore, ma il confine tra protezione e sovrainterpretazione può diventare sottile. È qui che, secondo gli esperti, il rapporto con cani e gatti smette di essere solo affettivo e rischia di trasformarsi in un modello che non rispetta davvero la specie.


Quando l’affetto diventa proiezione

A mettere in guardia è anche il veterinario Vittorio Saettone, che richiama l’attenzione su un errore frequente: trattare l’animale come se avesse bisogni umani. «Il rischio del pet parenting non è amare troppo il proprio animale, ma amarlo nel modo sbagliato, proiettandogli addosso aspettative ed esigenze che appartengono ad un essere umano e non a un cane o a un gatto», ha spiegato.

Secondo Saettone, il punto non è ridurre l’affetto, ma imparare a leggere segnali, ritmi e necessità reali. Alimentazione, socialità, movimento e linguaggio del corpo vanno interpretati con criteri adatti all’animale, non con abitudini prese dalla vita familiare di chi lo accudisce.


Una tendenza che pesa sulle scelte di vita

Il quadro emerso dalle ricerche fotografa un cambiamento ampio, soprattutto tra i più giovani. Nel 2026, in base allo “State of Pets 2026” di The Harris Poll, 4 persone su 10 preferiscono gli animali domestici ai figli, mentre il 55% di Millennial e Gen Z ha già valutato l’idea di organizzare la propria esistenza attorno a un pet invece che a un bambino.

Le motivazioni raccontano una scelta che non dipende da una sola causa. Tra i fattori indicati ci sono la sensazione di non essere ancora nella fase giusta della vita per crescere un figlio (45%), la gestione più semplice rispetto alla cura di un bambino (35%), il peso economico più contenuto (32%), la minore responsabilità richiesta (28%) e la decisione consapevole di non avere figli (24%).

Lo stesso rapporto con l’animale entra anche nelle scelte più concrete. Il 54% dei Millennial e dei Gen Z dice che, se potesse, lascerebbe un’eredità al proprio pet; tra i proprietari single, quasi la metà (49%) afferma di aver rinunciato a cercare un partner e di trovare compagnia soprattutto nel proprio animale.


Italia divisa tra generazioni

Anche nel nostro Paese la frattura anagrafica è netta. Una ricerca Ipsos per Changes Unipol sul rapporto tra italiani e animali domestici indica che il 37% dei Millennial e il 36% della Gen Z considera plausibile sostituire un figlio con un animale, contro il 13% dei Baby Boomer; la media nazionale si ferma al 28%.

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Il dato emerge da un monitoraggio dello Schesir Respect My Nature Index, costruito su un ampio insieme di indagini e testate internazionali con il contributo di esperti del settore. Un’altra ricerca, il report 2026 sulla pet-parenthood generazionale di Rover, conferma la stessa tendenza: il 66% della Gen Z definisce il proprio animale un figlio a tutti gli effetti, mentre il 51% della Gen Z e il 48% dei Millennial lo considera una sorta di passaggio intermedio prima di un figlio umano. Tra i Baby Boomer, la quota scende al 28%.


Le cinque regole per non sbagliare

Proprio per ridurre gli effetti negativi dell’umanizzazione eccessiva, gli esperti dello Schesir Respect My Nature Index indicano cinque comportamenti da seguire. Il primo è osservare con attenzione il linguaggio del corpo, senza scambiare un disagio per un capriccio o una presunta vendetta.

Poi c’è il tema degli spazi e dei tempi di socializzazione, che non possono restare confinati alla sola dimensione domestica. Un cane o un gatto, spiegano, ha bisogno anche di relazioni con i propri simili, oltre che con le persone.

La terza regola riguarda il cibo: la dieta va costruita sulle esigenze biologiche dell’animale, non sulle abitudini di chi lo ospita. A questo si aggiunge il consiglio di non sostituire il parere di veterinari o educatori con impressioni personali, soprattutto quando cambiano appetito o comportamento.

L’ultima indicazione riguarda libertà di movimento e posture naturali. Tenerlo sempre in braccio, in marsupio o in passeggino, oppure imporgli abbracci prolungati, può risultare invasivo e limitare l’espressione dei suoi istinti.

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