Pelli esotiche, il conto per il lusso è minimo: la sfida LAV al 2030
Il dossier della Lega Antivivisezione chiede ai grandi marchi di abbandonare gradualmente coccodrillo, pitone e altre pelli di rettile puntando su materiali alternativi.
Per i grandi gruppi della moda, rinunciare alle pelli esotiche potrebbe avere un impatto economico contenuto: secondo una stima della LAV, le collezioni che le utilizzano generano meno dell’1 per cento del fatturato complessivo. Da qui parte la richiesta dell’associazione, che invita i marchi a programmare un abbandono totale entro il 2030.
Il tema è al centro del dossier della LAV, intitolato “Pelli esotiche – La transizione di nuova generazione a parità di valore”. L’obiettivo è sostituire progressivamente i materiali ricavati da coccodrilli, alligatori, pitoni, lucertole e varani senza mettere in discussione l’idea di qualità associata al lusso.
Il peso economico è quasi marginale
La valutazione dell’associazione non riguarda soltanto la crescente attenzione dei clienti al benessere animale e all’origine dei prodotti. Il dossier sottolinea anche il divario tra il valore simbolico delle pelli esotiche e il loro contributo effettivo ai ricavi dei grandi gruppi.
Nel 2022, l’importazione europea di pelli e articoli di pelletteria in pelle di rettile ha raggiunto circa 867 milioni di euro. Secondo la LAV, si tratta di una quota vicina allo 0,2 per cento del mercato mondiale dei beni personali di lusso. La gestione della filiera comporta inoltre costi rilevanti: la documentazione prevista dalla Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate può arrivare a richiedere tra 100 mila e 400 mila euro all’anno per singolo programma.
Simone Pavesi, responsabile dell’Area Moda Animal Free della LAV, ha sintetizzato così la posizione dell’associazione: «Per i grandi gruppi del lusso le pelli esotiche rappresentano una quota marginale del fatturato, ma non dei rischi che comportano». La richiesta è di definire «una data, una tabella di marcia e un impegno concreto» per arrivare alla rinuncia completa entro il 2030.
L’Italia al centro della filiera
Il dossier indica l’Italia come il principale importatore dell’Unione europea. Nel 2022 sono entrate nel Paese 580.872 pelli intere di rettile, contro le circa 370 mila del 2018: il dato italiano equivale a circa il 42 per cento del totale europeo.
Più di 227 mila esemplari riguardavano il varano d’acqua. Per questa specie, osserva la LAV, non esiste un allevamento commerciale: gli animali vengono quindi catturati in natura. La provenienza rende più difficile ricostruire ogni passaggio e verificare con certezza l’origine del materiale.
La questione, dunque, non riguarda solo la borsa o la cintura esposta in negozio. Occorre controllare l’intera catena, dalla cattura dell’animale ai passaggi commerciali, fino ai documenti necessari per l’ingresso nel mercato europeo e alla possibilità di risalire alla fonte della pelle.
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Le alternative hanno già iniziato il percorso
Alcuni marchi hanno già scelto di escludere questi materiali. Chanel ha annunciato la decisione nel 2018, mentre Marc Jacobs ha introdotto il divieto nel 2024; anche Burberry rientra tra le aziende che hanno eliminato le pelli esotiche dalle proprie produzioni.
Una direzione analoga è stata indicata da LuxExperience B.V., società che comprende piattaforme come Mytheresa, NET-A-PORTER, MR PORTER, YOOX e THE OUTNET. Il gruppo prevede di interrompere la vendita di pelli esotiche dalla stagione autunno-inverno 2026 e di esaurire le scorte entro il 2027, mantenendo un’eccezione per i cinturini degli orologi in pelle di alligatore e coccodrillo.
Anche la ricerca sui materiali alternativi sta entrando nelle strategie dei grandi gruppi. Kering punta a ridurre del 30 per cento l’intensità d’uso della pelle entro il 2028, prendendo come riferimento il 2025, e vuole portare al 40 per cento la presenza di materiali sostitutivi nell’abbigliamento entro il 2035.
Nel 2026 Bottega Veneta ha inoltre presentato una collezione limitata di piccoli accessori realizzati con Ephea, materiale ottenuto dal micelio, cioè la parte vegetativa dei funghi. Il prodotto è stato sviluppato dalla società italiana Sqim con il sostegno del Laboratorio per l’innovazione dei materiali di Kering.
La tabella di marcia verso il 2030
La proposta della LAV prevede un primo passaggio entro la prima metà del 2027: marchi e negozi digitali dovrebbero indicare in modo comprensibile la specie animale e il materiale utilizzato. Nello stesso periodo, ogni azienda dovrebbe avviare almeno un progetto sperimentale con un materiale alternativo applicato a una linea rappresentativa.
Il secondo traguardo è fissato al 2028. Entro quella data l’associazione chiede di eliminare le pelli provenienti da animali catturati in natura e di rendere pubblico un piano per sostituire gradualmente anche gli altri materiali esotici.
L’ultima scadenza è il 2030, quando dovrebbe concludersi l’abbandono di tutte le pelli esotiche, comprese quelle provenienti da allevamenti. Per la LAV, il punto non è più stabilire se esistano sostituti, ma capire se ricerca, lavorazione e qualità possano diventare i nuovi elementi distintivi dell’esclusività.
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