Parigi, tre storie davanti ai giudici: tra saccheggi e accuse alla polizia
Le prime udienze dopo le violenze del 17 e 18 ottobre mostrano imputati molto diversi, ricostruzioni contestate e condanne già pronunciate.
Le aule del tribunale penale di Parigi hanno iniziato a fare i conti con gli arresti seguiti alle manifestazioni del 17 e 18 ottobre. Davanti ai giudici sono comparsi studenti, lavoratori e giovani senza precedenti penali, ma anche imputati con numerose condanne alle spalle: quasi tutti hanno provato a ridimensionare il proprio ruolo negli scontri o nei saccheggi.
Le versioni fornite durante le udienze, tuttavia, non sempre hanno convinto. In alcuni casi le sentenze sono arrivate già al termine del processo, con pene detentive sostituite o accompagnate da strumenti alternativi al carcere.
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Le ricostruzioni degli imputati vacillano
Victor, 21 anni, studente di audiovisivi e incensurato, è comparso davanti alla giudice con un evidente livido sotto l’occhio sinistro. Fermato intorno alle 18 nei pressi di Place de la Madeleine, era accusato di aver costruito una barricata, lanciato sampietrini contro gli agenti e tentato di scappare prima di cadere.
Il giovane ha raccontato una sequenza diversa. Sarebbe arrivato alla manifestazione con la fidanzata, poi avrebbe perso le sue tracce dopo il lancio dei gas lacrimogeni. Vicino a un bidone incendiato, avrebbe rimosso un pezzo di legno per impedire che il fuoco si propagasse. In seguito, secondo il suo racconto, sarebbe stato travolto dalla carica della polizia e colpito mentre era a terra. «I poliziotti mi hanno spinto a gridare “Acab”», ha sostenuto in aula, aggiungendo che le percosse sarebbero aumentate ogni volta che cercava di parlare.
La presenza di un fumogeno nello zaino ha però suscitato perplessità. Victor ha spiegato di averlo portato perché pensava di utilizzarlo durante le riprese, dato che i suoi compagni avrebbero avuto con sé le videocamere. La procura aveva chiesto cinque mesi di carcere; il tribunale gli ha inflitto sei mesi con la sospensione condizionale della pena.
Un bottino trovato, secondo lui, per terra
Un’altra versione poco convincente è stata quella di Moustapha, 19 anni, arrestato alle 23 in rue Oberkampf. Gli agenti lo accusavano di aver scagliato un fuoco d’artificio e una bottiglia di vetro, di aver resistito al fermo e di aver incitato i presenti a intervenire in suo favore.
Nel corso dell’arresto, inoltre, il ragazzo avrebbe aperto la portiera dell’auto della polizia tentando di allontanarsi. Addosso gli sono stati trovati una maglietta Nike e sette paia di occhiali di marca. Moustapha ha negato di aver lanciato il fuoco d’artificio e ha giustificato la resistenza spiegando di essersi divincolato perché non riusciva più a respirare.
Alla domanda della presidente sul motivo per cui avesse con sé tanti occhiali, ha risposto: «Non sapevo che fossero rubate. Le ho trovate per terra». Ha detto di essere andato alla manifestazione anche per ragioni legate al lavoro e al costo elevato dei prezzi. Iscritto al centro per l’impiego, senza diploma e privo di precedenti, vive con i genitori: la condanna è stata di dieci mesi con la sospensione condizionale.
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Il caso Louis Vuitton pesa sui due amici
Tra i primi processi c’è stato anche quello di Lamine, 38 anni, e Sofiane, 34, fermati all’interno del grande magazzino Printemps. La polizia era stata chiamata alle 7 del mattino del 18 ottobre dal responsabile della sicurezza, dopo l’irruzione avvenuta durante la notte successiva alle proteste.
I due si trovavano nei pressi dell’area Louis Vuitton e indossavano capi del marchio. Uno aveva ancora l’antitaccheggio applicato a una sneaker bianca; gli agenti hanno inoltre sequestrato tre borse piene di prodotti, per un valore complessivo di 37mila euro.
Lamine ha sostenuto di essere entrato nel negozio per acquistare vestiti destinati ai suoi cinque figli e di essere rimasto intrappolato quando è iniziato il saccheggio. Ha raccontato di aver trascorso la notte a bere e fumare insieme all’amico, prima di nascondersi nei bagni, sentirsi male, chiamare la moglie e addormentarsi. «Volevamo solo fare compere», ha dichiarato davanti ai giudici. Sofiane ha scelto invece di non fornire spiegazioni.
I loro precedenti, rispettivamente 22 e 20, in gran parte per furto, hanno avuto un peso nel procedimento. La procura aveva chiesto 18 mesi per Lamine e 14 per Sofiane. Il primo è stato condannato a dieci mesi in regime di semilibertà, mentre il secondo dovrà scontare sei mesi con il braccialetto elettronico. Entrambi hanno un lavoro: Lamine è impiegato come lavoratore interinale nell’edilizia, Sofiane guida i carrelli elevatori per Amazon.
Oltre mille fermi in due giorni
La procura di Parigi ha registrato 1.063 fermi nelle due giornate di disordini. Da queste operazioni sono scaturiti 702 provvedimenti di custodia cautelare, mentre una parte degli arrestati è stata giudicata con procedura immediata.
L’affollamento dell’aula ha spinto alcuni avvocati a intervenire prima dell’esame dei singoli fascicoli. Romain Ruiz ha collegato le udienze alla mobilitazione degli studenti delle scuole superiori, sostenendo che la risposta delle autorità rappresenti soprattutto una forma di repressione.
Elsa Marcel, portavoce di Rivoluzione permanente e consigliera comunale di Saint-Denis, ha denunciato condizioni di custodia cautelare che considera senza precedenti. Entrambi gli avvocati hanno inoltre contestato la visita compiuta il giorno prima in tribunale da Gérald Darmanin, ministro della Giustizia, interpretandola come una possibile pressione sul lavoro dei magistrati.
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