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Palestina, il trauma non finisce mai: «La mente è l’ultimo bersaglio

Nel libro scritto con Maria Nadotti, Samah Jabr descrive una sofferenza collettiva senza tregua e le pratiche comunitarie usate per restituire dignità e capacità di reagire.

Ogni viaggio può trasformarsi in una prova già prima della partenza. Samah Jabr, psichiatra e psicoterapeuta di Gerusalemme Est, sogna spesso il proprio passaporto e gli ostacoli legati a visti e documenti: per i palestinesi gerosolimitani gli spostamenti avvengono con un lasciapassare israeliano, mentre il passaporto temporaneo giordano non viene accettato ovunque.

Jabr parla da Palermo, dove è arrivata con Maria Nadotti per presentare *Trauma infinito. Una psichiatra palestinese racconta*. Il volume nasce da una conversazione durata mesi, arricchita da un incontro nella casa della psichiatra a Gerusalemme e da una sezione finale dedicata ai casi clinici affrontati nel suo ambulatorio.


Quando il trauma diventa collettivo

Tra le storie raccolte c’è quella di una quindicenne della Cisgiordania che, dopo aver visto le immagini dei corpi mutilati a Gaza, ha iniziato a provare repulsione per la carne. La ragazza teme inoltre che gli alimenti a base di farina possano essere mescolati con mangime per animali, come ha sentito raccontare della situazione nella Striscia. Un’altra paziente, tredicenne, avverte un blocco alla gola e non riesce più a deglutire dopo l’arresto del padre, di cui non ha notizie.

Per Jabr, episodi simili non possono essere letti soltanto come disturbi individuali. Il dolore passa attraverso le famiglie, i legami e le generazioni; per questo la cura deve coinvolgere anche la comunità. Nei suoi interventi organizza cerchi di guarigione e gruppi di ascolto, affiancando alla psichiatria occidentale pratiche collettive, rituali e forme locali di sostegno.

La scarsità di specialisti rende necessario coinvolgere insegnanti, medici di base, ostetriche e persone attive nei quartieri. Musica, burattini, teatro dell’oppresso e racconti leggendari diventano strumenti per avvicinare esperienze difficili da dire direttamente. Attraverso i gruppi, inoltre, è possibile individuare chi necessita di un percorso individuale più approfondito.


In Palestina non esiste un «dopo»

La terapia, in un contesto segnato dall’occupazione, parte da presupposti diversi da quelli abituali: non sempre il pericolo appartiene al passato e non è garantito uno spazio protetto in cui ricominciare. «Non c’è mai una fase “post”, non c’è un posto sicuro», spiega Jabr. La sicurezza, allora, viene cercata nelle relazioni con il terapeuta, con i familiari e con le altre persone, ma anche nella spiritualità e nell’immaginazione.

L’obiettivo non è trasformare automaticamente chi ha vissuto la violenza in un malato da curare. Secondo la psichiatra, molti hanno bisogno soprattutto di luoghi in cui esprimersi e di un sostegno capace di aiutarli a sopportare la sofferenza senza perdere dignità. Il lavoro psicologico serve anche a distribuire tra i membri della comunità il peso della sopravvivenza.

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Jabr considera il trauma coloniale diverso da quello provocato da un singolo evento: colpisce molte persone contemporaneamente, danneggia le relazioni e mira a ridurre la possibilità di agire. La deumanizzazione produce identità fragili e sentimenti di invisibilità. Nel libro viene ricordato il caso di un ragazzo che si definiva americano, parlava inglese e usava il nome Danny perché associava agli Stati Uniti l’idea di libertà e rispetto, mentre vivere da palestinese gli appariva come una condizione di soffocamento.


Terra, case e memoria sotto pressione

Per Jabr l’occupazione non resta confinata allo spazio pubblico. «Non è solo l’invasione di una terra», afferma: prima entra nelle strade e nelle città, poi raggiunge le abitazioni e infine il corpo, con l’obiettivo di arrivare alla mente. Liberare la mente, sostiene, non è possibile senza affrontare anche ciò che accade alla terra, alle case e alla pelle.

Il primo ricordo personale legato a questa consapevolezza risale all’infanzia. Aveva 6 anni quando vide le lacrime dei genitori mentre ascoltavano le notizie sul massacro di Sabra e Shatila, due campi profughi palestinesi in Libano. Quella scena le mostrò come la violenza politica potesse entrare nella vita familiare e diventare un dolore condiviso da un intero popolo.

Anche il tempo, nella sua esperienza, è una dimensione sottoposta al controllo. Le ore trascorse ai posti di controllo, l’attesa per una persona detenuta e gli impedimenti agli spostamenti sottraggono anni e qualità alla vita. Jabr racconta di sentirsi sempre in corsa per riuscire a documentare, testimoniare e curare, mentre il sistema la costringe contemporaneamente a fermarsi e ad aspettare.


La resilienza passa dai legami

Le nuove barriere sorte attorno al quartiere in cui lavora hanno reso più difficile raggiungere l’ambulatorio e seguire i pazienti. Tuttavia, Jabr sottolinea che alla trasmissione del trauma si accompagna anche un’eredità diversa: i palestinesi hanno sviluppato capacità di resistenza tra generazioni e forme di crescita dopo l’esperienza traumatica.

Questa resilienza non cancella la violenza né rende superflua la cura. Permette però di cercare percorsi alternativi, ricostruire relazioni e mantenere una capacità di iniziativa anche quando gli ostacoli sembrano moltiplicarsi. In tale prospettiva, la guarigione non coincide con il ritorno a una normalità mai davvero esistita, ma con la possibilità di condividere il dolore e continuare ad agire insieme.

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