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Lifestyle 4 min di lettura1 ora fa

Nonni e bambini, la lezione dimenticata che cambia la famiglia

Maurizio Andolfi invita gli adulti a riconoscere nei bambini osservatori attenti delle relazioni familiari e a sostituire controllo e protezione con ascolto, fiducia e rispetto.

Nella frenesia di una società sempre più orientata alla tecnologia e alla produttività, i nonni rischiano di perdere il ruolo di riferimento che per molti adulti ha avuto un peso decisivo durante l’infanzia e l’adolescenza. Maurizio Andolfi sottolinea il valore della loro esperienza, del buon senso e dell’affetto incondizionato verso i nipoti, elementi che possono custodire la memoria familiare e offrire sostegno alle nuove generazioni.

Secondo il neuropsichiatra infantile, è sorprendente quanti adulti ricordino una nonna o un nonno come presenza fondamentale nel proprio percorso di crescita. Nella terapia familiare multigenerazionale, queste figure non rappresentano soltanto un legame con il passato, ma possono contribuire a comprendere meglio le risorse e le difficoltà che attraversano una famiglia.


Il bambino osserva ciò che gli adulti ignorano

Fin dai primi anni, i bambini sviluppano una notevole attenzione verso le persone che li circondano. Non imparano soltanto a conoscere se stessi e l’ambiente, ma colgono anche gli umori dei genitori, le tensioni tra gli adulti e i rapporti con nonni e fratelli.

Per questo Andolfi li considera autentici conoscitori della vita familiare. Il loro punto di vista può far emergere tanto gli aspetti positivi quanto le sofferenze che gli adulti tendono a nascondere, a condizione che sappiano riconoscerne il valore e prestino loro un ascolto reale.


La sofferenza non è una colpa

Quando un figlio manifesta un disagio, la prima reazione dei genitori è spesso il senso di colpa. L’approccio proposto da Andolfi suggerisce invece di leggere quei segnali come la possibilità di portare alla luce problemi rimasti silenziosi all’interno delle relazioni familiari.

La difficoltà può comparire nel comportamento, nel corpo, nel gioco, nei disegni o attraverso forme di comunicazione non verbale. Trasformarla immediatamente in un sintomo da eliminare rischia di oscurare il significato relazionale di ciò che il bambino sta cercando di comunicare.


Il libro nato dall’esperienza clinica

Questa prospettiva è al centro di *Il piccolo maestro. Quel che il bambino insegna sulla famiglia*, volume pubblicato da Maurizio Andolfi, pioniere della terapia familiare e fondatore dell’approccio multigenerazionale. Il titolo nasce da una convinzione maturata durante una vita dedicata allo studio e alla cura dei rapporti familiari: i bambini sono stati, per lui, veri maestri.

Nel libro il bambino non viene presentato soltanto come qualcuno da accudire. La sua sofferenza può diventare una via per comprendere separazioni, conflitti tra genitori e ferite che si tramandano tra generazioni; la famiglia, quindi, resta il luogo nel quale cercare sia le cause sia le possibili risorse.


Ascoltare significa cambiare linguaggio

Per entrare davvero nel mondo infantile, spiega Andolfi, l’adulto deve mettere temporaneamente da parte i propri schemi. Comprendere un bambino assomiglia all’apprendimento di una nuova lingua: non basta tradurre le sue parole secondo la logica degli adulti, occorre familiarizzare con i suoi codici, il gioco, il corpo e il linguaggio non verbale.

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Le parole dei più piccoli possono inoltre mettere in difficoltà chi li ascolta. Un bambino di sette anni, davanti alla separazione dei genitori, può intuire quale dei due avrà maggiormente bisogno del suo affetto, anche se gli adulti immaginano il contrario. Spesso, osserva il neuropsichiatra, i bambini arrivano a soffrire in silenzio pur di non vedere stare male i grandi.


Rispetto, verità e fiducia

La curiosità con cui il bambino esplora il mondo e cerca di capire chi si prende cura di lui contribuisce alla costruzione della sua identità. Anche a partire dai due anni ha bisogno di sentirsi considerato e rispettato per ciò che comprende e per ciò che sta imparando.

La sicurezza affettiva non dovrebbe essere separata dall’autenticità. Per questa ragione Andolfi invita i genitori a evitare le cosiddette «bugie protettive», adottate con l’intento di schermare i figli dai pericoli, e a offrire invece una presenza stabile, sincera e rassicurante.


La famiglia non va giudicata in blocco

Attribuire automaticamente ai familiari la responsabilità dei problemi di un bambino è, secondo Andolfi, una semplificazione grave, alimentata da pregiudizi, conoscenze incomplete e informazioni distorte diffuse anche dai mezzi di comunicazione.

La famiglia può certamente comprendere fragilità, trascuratezza o comportamenti violenti. Tuttavia, proprio nella rete familiare allargata e nel contesto culturale di appartenenza possono trovarsi le risorse necessarie al benessere del minore. Allontanarlo dalle sue relazioni affettive, avverte Andolfi, può provocare un danno importante al suo sviluppo.


Il bambino non è un paziente isolato

Nella pratica terapeutica, il bambino dovrebbe essere coinvolto nella comprensione di ciò che gli accade, invece di essere trattato come il solo portatore del problema. Il gioco, il disegno, il corpo e le altre forme espressive consentono di avvicinarsi alla sua esperienza senza ridurla a una diagnosi.

Il disagio visibile può essere soltanto la parte emersa di una vicenda più ampia. Ascoltare il bambino permette di esplorare insieme a lui la storia delle relazioni familiari e di valorizzare le sue capacità, senza trasformarlo in un «piccolo paziente» separato dal contesto in cui vive.

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