Nobel 2026: la luce che accende i segreti del cervello
Deisseroth, Hegemann e Nagel ricevono il riconoscimento per una tecnica capace di collegare circuiti neuronali, ricordi, emozioni e possibili nuove terapie
Per capire se una determinata area del cervello provochi davvero dolore, sete o un comportamento sociale non basta più osservare quali regioni si attivano. L’optogenetica consente di intervenire con precisione sui circuiti neuronali e di verificare che cosa accade quando vengono accesi o spenti. È questa svolta, con le sue prospettive per la ricerca e la medicina, ad aver portato il Nobel per la Fisiologia o la Medicina 2026 a Karl Deisseroth, Peter Hegemann e Georg Nagel.
La luce apre nuove strade alla medicina
La tecnica ha già contribuito a studiare disturbi psichiatrici come depressione, ansia e schizofrenia, oltre a patologie neurodegenerative tra cui Alzheimer e Parkinson. L’obiettivo non è soltanto descrivere meglio questi problemi, ma individuare i meccanismi sui quali, in futuro, intervenire con trattamenti più mirati.
Le prime applicazioni terapeutiche dirette riguardano soprattutto la vista. In alcune sperimentazioni, pazienti colpiti da retinite pigmentosa hanno ricevuto nella retina una proteina simile a quella individuata nelle alghe. Una persona ha recuperato una capacità visiva parziale: con l’aiuto di occhiali capaci di proiettare luce, è riuscita a riconoscere e prendere oggetti collocati su un tavolo.
Tra gli sviluppi ancora da perfezionare c’è anche l’ipotesi di sostituire gli impulsi elettrici degli impianti cocleari con stimoli luminosi. Una soluzione di questo tipo potrebbe permettere di attivare il nervo uditivo con maggiore accuratezza, ma la prospettiva è ancora in fase di studio.
Tre scienziati e un interruttore neuronale
Il riconoscimento è stato diviso in parti uguali tra i tre ricercatori e comprende un premio complessivo di 12 milioni di corone svedesi, pari a circa un milione di euro. Deisseroth, statunitense nato a Boston nel 1971, opera alla Stanford University e all’Howard Hughes Medical Institute; Hegemann, nato a Münster nel 1954, insegna all’Università Humboldt di Berlino, mentre Nagel, nato a Weingarten nel 1953, è professore all’Università di Würzburg.
Il contributo decisivo di Hegemann e Nagel è stato l’individuazione, nelle alghe unicellulari, della canalrodopsina, una proteina capace di reagire alla luce. Deisseroth ha poi trasformato quella proprietà in uno strumento per governare l’attività delle cellule nervose. L’Assemblea Nobel del Karolinska Institutet ha premiato proprio l’unione di queste scoperte.
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Dal cervello osservato ai circuiti causali
Nel Novecento la ricerca aveva già associato diverse funzioni fisiologiche a specifiche regioni cerebrali. Quelle mappe, tuttavia, restavano imprecise: indicavano dove si verificava un’attività, ma non consentivano di stabilire con certezza se una singola cellula fosse responsabile di un’emozione o di un’azione.
Con l’optogenetica, gli studiosi possono modificare con la luce l’attività di circuiti selezionati anche in animali viventi e osservare immediatamente le conseguenze. «L’optogenetica offre la possibilità di mappare il cervello in un modo che un tempo potevamo soltanto sognare», ha affermato Per Svenningsson, presidente del Comitato Nobel per la Fisiologia o la Medicina.
Gli esperimenti hanno permesso di collegare specifiche reti neuronali alla percezione del dolore, alla sete, all’attenzione e alle relazioni sociali. Anche la cura dei piccoli nei topi si è rivelata un insieme di azioni distinte: un circuito controlla il raduno dei cuccioli nel nido, un altro la loro pulizia.
Il principio consente così di avvicinarsi alla comprensione di come prendano forma ricordi, emozioni e comportamenti. Restano ancora molti interrogativi sul cervello, ma la possibilità di accendere o spegnere selettivamente i suoi circuiti offre alla ricerca una precisione che i metodi precedenti non potevano garantire.
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