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Lifestyle 4 min di lettura1 ora fa

Monika Bulaj, il mondo invisibile che chiede di essere guardato

Dai lemko ai confini religiosi, la fotoreporter racconta un lavoro nato dall’ascolto e approdato alla mostra Mosaico Europa di Colorno.

Per Monika Bulaj fotografare non significa semplicemente osservare luoghi lontani, ma impedire che persone, memorie e tradizioni vengano cancellate. Nata a Varsavia nel 1966 e oggi residente a Trieste, la fotoreporter polacco-italiana ha attraversato per oltre trent’anni territori segnati da conflitti, migrazioni e divisioni, concentrandosi sulle comunità che raramente entrano nel racconto dominante.

Il suo percorso, sviluppato tra fotografia, giornalismo, scrittura e documentario, nasce dall’incontro diretto con le persone. In questi mesi è al centro di Mosaico Europa, allestita a Colorno nell’ambito della diciassettesima edizione di ColornoPhotoLife, dedicata al tema dell’infinito viaggiare e delle geografie dell’alterità.

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La fotografia come forma di ascolto

L’interesse di Bulaj per il reportage è maturato durante gli studi di filologia e antropologia culturale. Più che alla carriera accademica, però, era interessata alla realtà vissuta: voleva entrare in relazione con le persone, raccogliere le loro testimonianze e capire quali memorie custodissero. La macchina fotografica è diventata così uno strumento per avvicinarsi alle vite degli altri, non una barriera tra chi guarda e chi viene raccontato.

«Non sono partita dall’idea di diventare una grande reporter, ma dalla necessità di raccontare una storia», spiega Bulaj. Il suo metodo si fonda sulla permanenza, sull’uso della luce naturale e sulla disponibilità a fermarsi nelle case e nei villaggi. Le immagini, più che offrire risposte definitive, aprono uno spazio di conoscenza e invitano il pubblico a non distogliere lo sguardo.

Una tappa decisiva è stata la ricerca dedicata ai lemko, minoranza dei Carpazi orientali segnata da deportazioni e sradicamenti avvenuti dopo la Seconda guerra mondiale. Bulaj ha seguito questa comunità per 15 anni, incontrando famiglie che conservavano il ricordo delle fughe, dei ritorni impossibili e dei territori profondamente cambiati.

In molti villaggi ha trovato poche persone e tracce di una presenza quasi svanita. Eppure proprio lì ha riconosciuto una ricchezza culturale, spirituale, religiosa e musicale che la violenza politica non era riuscita a cancellare del tutto. Le testimonianze raccolte sono confluite in un archivio orale che la fotografa considera una vera scuola di vita: un’esperienza che le ha insegnato come avvicinarsi agli altri e, soprattutto, come ascoltare.


Le piccole storie fanno la Storia

Per Bulaj il rischio più grande è trasformare le culture minoritarie in oggetti da osservare, separandole dalle persone che le tengono vive. «Le storie minuscole non fanno la Storia, ma la Storia sono loro, quindi vanno raccontate», afferma. A minacciarle, secondo la fotoreporter, sono l’ignoranza, l’indifferenza e la mancanza di consapevolezza.

Il suo lavoro non vuole quindi limitarsi a mostrare una bellezza esotica o distante. Dietro ogni rito, lingua o consuetudine ci sono individui, relazioni e forme di spiritualità che continuano a cambiare. Una cultura, osserva Bulaj, non può essere trattata come un reperto: esiste nei gesti quotidiani, nei legami e nella capacità di entrare in rapporto con chi è diverso.

Dopo l’esperienza nei Carpazi, la ricerca si è estesa all’Afghanistan, all’Iran, al Pakistan, al Caucaso, all’Asia centrale, al Medio Oriente e all’Africa. I suoi soggetti ricorrenti sono le minoranze minacciate, i popoli nomadi, i luoghi sacri condivisi e le pratiche spirituali sopravvissute a guerre e repressioni.

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Bulaj descrive questo insieme di fotografie come un grande specchio composto da frammenti lontani. Accostando immagini provenienti da regioni diverse, cerca somiglianze, continuità e ferite comuni. Una storia può così aiutare a comprendere un’altra, anche quando le distanze geografiche e culturali sembrano renderle inconciliabili.


Dove le fedi diventano ponti

Al centro del suo lavoro ci sono anche gli spazi in cui le religioni si incontrano. Bulaj non cerca soltanto le contrapposizioni, ma osserva le contaminazioni, le pratiche condivise e le forme di convivenza che resistono nelle comunità. In alcuni luoghi tradizioni diverse hanno imparato a frequentare lo stesso spazio sacro e a riconoscersi attraverso rituali, musica e memoria.

Tra gli esempi citati dalla fotografa ci sono i rapporti tra il mondo sufi e quello ortodosso nei Balcani, oltre alle comunità che hanno preservato usanze e ricordi nonostante le divisioni politiche. Sono legami spesso fragili e poco visibili, ma dimostrano che l’incontro non viene cancellato automaticamente dalla guerra.

È su questa idea di differenze tenute insieme, senza essere uniformate, che si fonda Mosaico Europa. La mostra riunisce 90 fotografie di grande formato, comprese alcune immagini inedite, e propone un’indagine sui confini del continente, sulle minoranze a rischio e sui territori in cui fedi differenti continuano a entrare in relazione.


La mostra e il ritorno a Colorno

L’esposizione è ospitata al piano terra dell’Aranciaia di Colorno ed è stata prodotta da Fujifilm Italia con il sostegno del Ministero della Cultura, all’interno di Strategia Fotografia 2025, e con la collaborazione dell’Istituto Polacco di Roma. Sarà visitabile fino all’8 novembre 2026.

Bulaj non ha preso parte all’inaugurazione perché impegnata in Asia centrale nella fase conclusiva di Broken Songlines, un progetto di ricerca al quale sta lavorando. Il 30 ottobre tornerà però a Colorno per presentare lo spettacolo teatrale Mosaico Europa, una restituzione dal vivo delle storie incontrate durante i suoi viaggi.

Il progetto si muove così oltre la fotografia e affida alla scena, alla voce e alla presenza fisica un altro modo per raccontare ciò che è stato raccolto lungo il cammino. Al centro resta la stessa domanda: come guardare l’altro senza ridurlo a un’immagine distante, ma riconoscendo nelle sue vicende una parte della storia comune.

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