Molly Russell, un documentario indaga il ruolo degli algoritmi
Il film di Marc Silver sarà presentato a Trieste mentre resta aperto il confronto sui contenuti dannosi per gli adolescenti
Il documentario “Molly vs the Machines” ricostruisce la vicenda di Molly Russell, la quattordicenne britannica morta suicida nel novembre 2017. Il film di Marc Silver sarà presentato in anteprima italiana al Trieste Science+Fiction Festival, in programma dal 3 all’8 novembre 2026.
La ragazza soffriva di depressione e, nei mesi precedenti alla morte, aveva visualizzato sul telefono oltre 2mila contenuti legati all’autolesionismo. Da qui parte il lavoro del padre, impegnato a ricostruire il rapporto tra la fragilità della figlia e i materiali proposti dalle piattaforme digitali.
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Le conclusioni dell’inchiesta
Nel settembre 2022 il medico legale Andrew Walker attribuì la morte a un atto di autolesionismo compiuto mentre Molly viveva una depressione e subiva gli effetti negativi dei contenuti online. Il rapporto stabilì che ciò che aveva visto aveva inciso sul decesso «in misura più che minimale».
L’indagine segnalò la presenza di immagini, video e testi su autolesionismo e suicidio, alcuni dei quali non avrebbero dovuto essere accessibili a una minorenne. Secondo Walker, i sistemi automatici delle piattaforme potevano inoltre concatenare materiali simili e mostrarli anche senza una ricerca precisa da parte dell’utente.
Il documento non sostenne però che i social fossero l’unica causa della morte né che gli stessi contenuti producessero identiche conseguenze su ogni adolescente. Il film usa quel caso per porre una domanda più ampia: quale responsabilità hanno le aziende quando i loro sistemi continuano a suggerire materiali potenzialmente pericolosi?
La denuncia del documentario
Silver ha costruito il racconto alternando la storia personale di Molly alle testimonianze del padre e degli amici, alla ricostruzione dell’inchiesta e alle critiche rivolte al modello economico delle grandi piattaforme. Il film è stato scritto anche con la partecipazione di Shoshana Zuboff, studiosa del cosiddetto capitalismo della sorveglianza.
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Nella pellicola compaiono inoltre immagini e una narrazione realizzate con l’intelligenza artificiale. La scelta, insieme alla tesi accusatoria nei confronti delle aziende tecnologiche, ha suscitato alcune riserve. Cath Clarke ha valorizzato le testimonianze familiari e degli amici, mentre ha giudicato artificiale parte del materiale generato digitalmente.
Allan Hunter ha osservato che il documentario rischia di «predicare ai convertiti», rivolgendosi soprattutto a chi considera già responsabili le grandi piattaforme. La critica riguarda il passaggio dalla tragedia di Molly a una contestazione generale del funzionamento dei servizi digitali.
Cosa dicono gli studi
Una revisione del Centro comune di ricerca della Commissione europea ha esaminato 55 studi sul rapporto tra social network e salute mentale. I risultati non dimostrano in modo definitivo che più tempo trascorso online provochi un peggioramento psicologico: anche il disagio può spingere verso determinati comportamenti digitali, che a loro volta possono aggravarlo.
La ricerca invita quindi a considerare non soltanto la durata dell’uso, ma anche la natura dei contenuti, la vulnerabilità della persona e il modo in cui gli algoritmi li selezionano. Meta, proprietaria di Instagram, ha espresso vicinanza alla famiglia e ha riconosciuto la necessità di rafforzare la tutela degli adolescenti, richiamando però la difficoltà di distinguere i materiali utili a parlare di salute mentale da quelli capaci di provocare danni.
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