Milano, la via di una madre: meno soldati e più ascolto ai ragazzi
Claudia Agostinis contesta l’impiego dei militari dopo gli scontri e propone un percorso nelle scuole con forze dell’ordine, commercianti e artisti vicini agli adolescenti.
Per raggiungere una generazione che comunica soprattutto attraverso i social, Claudia Agostinis pensa a interlocutori capaci di parlare il linguaggio degli adolescenti. La madre milanese suggerisce di coinvolgere anche rapper e trapper, affidando loro un ruolo educativo e di mediazione. «Se fossi Giorgia Meloni, cercherei collaborazione in quelli meno discutibili, per il ruolo che questi artisti possono avere nel raggiungere una generazione che spesso si informa e si esprime attraverso i social», afferma.
La sua idea è affiancare alla musica un lavoro concreto nei quartieri e negli istituti scolastici. Poliziotti e carabinieri potrebbero spiegare ai ragazzi il significato dell’ordine pubblico, mentre commercianti e gestori dei locali danneggiati avrebbero l’occasione di raccontare direttamente le conseguenze delle devastazioni.
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La prevenzione deve partire dalle scuole
Secondo Agostinis, il confronto dovrebbe cominciare molto prima che una protesta degeneri. La proposta è entrare soprattutto nelle scuole delle periferie, chiedere agli studenti che cosa li abbia spinti a scendere in piazza e sostituire il giudizio immediato con un ascolto effettivo. «Bisognerebbe andare nelle scuole, soprattutto in quelle delle periferie, e chiedere ai ragazzi perché erano in piazza o perché hanno scelto di partecipare», sostiene.
L’obiettivo, nella sua lettura, è impedire che la violenza venga percepita come un passatempo, una forma di sfida o un modo per ottenere attenzione. La sicurezza, quindi, non coinciderebbe soltanto con il controllo delle strade, ma anche con la costruzione di alternative capaci di restituire ai giovani occasioni di incontro e responsabilità.
La riflessione è nata anche da un episodio osservato davanti alla scuola della figlia, in via Risorgimento. Alcuni studenti delle medie discutevano della possibilità di unirsi alle proteste e uno di loro aveva commentato: «Figo, andiamo anche noi a fare casino».
Una petizione contro la risposta militare
Claudia Agostinis, 52 anni, avvocato e madre di due figli di 9 e 11 anni, ha raccontato di avere vissuto con apprensione il pomeriggio in cui la figlia era uscita a fare acquisti con la zia. Da quella preoccupazione, insieme alla scena davanti alla scuola, è nata su Change.org la petizione intitolata «Sosteniamo una soluzione civile alla violenza a Milano».
L’iniziativa è arrivata dopo i disordini del 17 e 18 ottobre, quando la protesta contro il carovita si è trasformata in lanci di bombe carta, danneggiamenti alle vetrine e saccheggi tra piazza Duomo e corso Vittorio Emanuele II. In quell’occasione sono rimaste ferite persone appartenenti sia alle forze dell’ordine sia al fronte dei manifestanti.
Il 20 ottobre il Consiglio dei ministri ha dato il via libera a un decreto legge che dispone l’arrivo a Milano di 500 militari della brigata Folgore. Il loro impiego, previsto fino al 31 dicembre, dovrebbe affiancare le forze dell’ordine nella gestione della sicurezza.
Agostinis non mette in discussione la tutela di residenti e negozianti, ma considera l’esercito una risposta non adeguata alla natura del problema. «Ho rispetto per il loro lavoro», dice, sottolineando però che i paracadutisti sono addestrati soprattutto a fronteggiare minacce provenienti dall’esterno, mentre la violenza osservata in città nasce all’interno della comunità.
A suo giudizio, l’impiego dei militari potrebbe persino esporli a provocazioni e aggressioni, offrendo poi spazio a strumentalizzazioni. La madre si domanda inoltre perché non rafforzare con 500 unità i carabinieri, ai quali spetta il compito di gestire l’ordine pubblico.
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Il disagio cresce dove mancano spazi
La contestazione di Agostinis coinvolge sia il governo di centrodestra sia l’amministrazione cittadina di centrosinistra. Al primo rimprovera il ricorso all’esercito; alla seconda attribuisce la contrazione progressiva dei luoghi destinati alle attività giovanili. Due responsabilità diverse, nella sua analisi, che convergono nell’assenza di una risposta tempestiva al malessere delle nuove generazioni.
Da madre, racconta di avere visto diminuire le possibilità per bambini e famiglie di accedere senza costi elevati a iniziative culturali, sportive e ricreative. Tra gli esempi cita il Teatro Ringhiera, chiuso dal 2017 e inserito in un progetto di riqualificazione, e il Museo del Fumetto di viale Campania, che nel giugno 2025 ha terminato l’attività nella propria sede.
Nel suo elenco compare anche la piscina di via Botta, oltre al Centro balneare Caimi, tornato in funzione nel 2016 con il nome di Bagni Misteriosi dopo un lungo periodo di chiusura. «Ora è una piscina di élite», osserva. Richiama inoltre il Museo dei Bambini e altri spazi che, secondo lei, avrebbero smesso di svolgere pienamente il loro ruolo al servizio delle famiglie, con effetti ancora più pesanti nelle periferie.
La madre collega questo impoverimento alla difficoltà degli adulti di trasmettere regole e limiti. Nel mirino finiscono comportamenti tollerati nella vita quotidiana, dal fumare dove è vietato al mancato rispetto delle norme, fino alle aggressioni tra coetanei.
Adulti e ragazzi, una frattura aperta
Agostinis considera insufficiente intervenire soltanto quando la violenza diventa evidente. Prima degli scontri, sostiene, si è accumulata una responsabilità collettiva: «C'è stata una generale deresponsabilizzazione degli adulti. Questo disagio lo abbiamo creato noi».
Per questo invita a non attribuire automaticamente le devastazioni ai cosiddetti maranza o ai giovani di origine straniera. Il fenomeno, nella sua interpretazione, riguarda adolescenti con storie e provenienze differenti, inclusi molti italiani, che possono vivere il vandalismo come una sfida rivolta a un mondo adulto percepito come distante e incapace di ascoltarli.
A pesare, aggiunge, sono anche modelli familiari e sociali che hanno sostituito la presenza con l’intrattenimento digitale. «Da piccoli, per tenerli buoni mentre gli adulti facevano aperitivo, li abbiamo messi davanti a un telefono».
La difficoltà ad accettare un rifiuto si unirebbe così alla convinzione che il valore personale dipenda dal denaro, dalla visibilità e dall’immagine mostrata in rete. Milano, osserva Agostinis, continua a presentarsi attraverso lusso, design e grandi appuntamenti, ma questa rappresentazione lascia fuori chi non può permettersi quei consumi.
La distanza tra chi ha accesso a quel modello e chi ne resta escluso può trasformarsi in frustrazione. In alcuni casi, secondo la sua lettura, il possesso finisce per diventare un traguardo da conquistare senza considerare i mezzi utilizzati.
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