Milano, la notte dei fermati: genitori in Questura tra dubbi e paura
Davanti alla Questura, famiglie in attesa di notizie sui figli e un giovane appena uscito dalla cella raccontano ore di ansia, accuse contestate e incredulità.
Le ore successive agli scontri nel centro di Milano hanno lasciato molte famiglie davanti alla Questura di via Fatebenfratelli. Alcuni genitori sono arrivati per riportare a casa i figli, mentre altri hanno ricevuto soltanto una carta d’identità e l’indicazione del carcere in cui il ragazzo era stato trasferito.
Tra loro c’è la famiglia di un quattordicenne, fermato nella notte tra domenica 18 ottobre e lunedì 19 ottobre. Un altro giovane, invece, è stato ascoltato dopo aver trascorso diverse ore in cella: contesta il fermo e descrive una situazione nella quale, a suo dire, persone estranee agli scontri sarebbero state coinvolte.
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Il quattordicenne divide la famiglia
La telefonata è arrivata alle due del mattino: la polizia ha comunicato ai genitori che il figlio era stato fermato per gli episodi avvenuti in piazza Duomo e ha consigliato loro di contattare un avvocato. Il ragazzo, indicato con la lettera A., ha quattordici anni e a dicembre ne compirà quindici.
I genitori, separati, aspettavano notizie in punti diversi del marciapiede davanti alla Questura. Il padre, aiuto cuoco di origine egiziana, ha riferito di aver trascorso con il figlio la domenica fino alle 15 e di averlo invitato a non raggiungere il centro, proprio per evitare le zone interessate dagli scontri. La madre, originaria dell’Ucraina e in Italia dal 2005, ha raccontato di aver cercato il ragazzo nel tardo pomeriggio, trovando il telefono spento.
A. vive tra Monza e Sesto San Giovanni e frequenta un corso di informatica. Secondo i genitori, non aveva mai creato problemi. La madre vuole capire in quale momento sia stato fermato e su quali elementi si basi l’accusa di aver lanciato pietre: «Voglio vedere le immagini, capire cosa è successo e parlare con un avvocato. Non sarebbe capace di fare questo».
Il padre era stato informato del possibile rientro del figlio a casa a bordo di un’auto della polizia. La madre, invece, insiste sulla necessità di conoscere meglio le sue frequentazioni e di ricostruire ogni passaggio della serata, mentre l’angoscia cresce nell’attesa di una spiegazione.
Un ragazzo fragile resta in carcere
Poco distante, un’altra famiglia ha ricevuto la carta d’identità del figlio dalle mani di un’agente. Il giovane ha diciannove anni, è nato e cresciuto in Italia e ha una disabilità mentale. I genitori hanno spiegato che potrebbe essersi avvicinato alla confusione senza comprendere la portata di ciò che stava accadendo.
La madre, con il velo, ha descritto il figlio come una persona incapace di orientarsi autonomamente in una situazione simile: «È come un bambino grande». Il padre ha aggiunto che forse il ragazzo aveva interpretato la scena come un gioco e si era avvicinato agli altri senza rendersi conto del pericolo.
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Il diciannovenne è stato condotto nel carcere di San Vittore. La famiglia sa che gli è stato assegnato un legale, ma non ne conosce ancora il nome né i recapiti. Per questo il padre è rimasto davanti alla Questura: vuole incontrare l’avvocato e capire come ottenere il rilascio del figlio.
Il racconto di chi è uscito dalla cella
Marco, nome di fantasia, ha ventidue anni, è nato a Bari e vive a Bergamo. Nel fine settimana raggiunge Milano; al momento è disoccupato. È stato fermato intorno alle 15.45 di domenica e ha lasciato la cella alle 10.30 di lunedì, dopo una notte trascorsa con altre persone.
Il giovane sostiene di essere stato davanti al Duomo, nei pressi della Galleria, insieme ad alcuni amici. A suo dire, il gruppo sarebbe rimasto sul posto pur notando il peggioramento della situazione, senza partecipare ai disordini. Racconta che alcuni amici sono stati ammanettati e portati in caserma, mentre lui non avrebbe avuto le manette ai polsi.
Marco ritiene possibile che il gruppo sia stato individuato anche per l’origine dei genitori di alcuni amici, marocchini e senegalesi, nonostante tutti si definiscano italiani. Nella cella, spiega, c’erano ventisette ragazzi, tra cui anche persone coinvolte negli scontri. Gli sono stati consegnati cibo e acqua e, per chi fumava, alcune sigarette; l’incertezza sugli sviluppi giudiziari, però, avrebbe pesato per tutta la notte.
Sul verbale della perquisizione, racconta, risultavano soltanto un po’ di denaro e il telefono, senza armi. Il giovane dice di conoscere l’esistenza delle conversazioni su Telegram, ma nega che lui o i suoi amici abbiano avuto un ruolo nei disordini di Milano. Ammette tuttavia di condividere alcune ragioni della protesta, come la richiesta di occupazione e di salari dignitosi, oltre alla preoccupazione per il prezzo della benzina.
Non indica un partito di riferimento e afferma di non sapere se dietro le manifestazioni ci sia una guida politica. Ai partecipanti violenti rivolge però un appello preciso: «Smettetela con la violenza. Difendete i vostri diritti e manifestate anche con forza, ma senza fare del male alle persone, alle auto, agli oggetti o alle vetrine».
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