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Lifestyle 4 min di lettura21 ott

Menopausa, il paradosso delle cure: perché tante donne restano senza risposte

Un’analisi pubblicata da Science riapre il confronto su sintomi, ricerca e terapia ormonale, ancora frenata da paure e vecchi pregiudizi.

In Italia appena l’8 per cento delle donne in menopausa ricorre alla terapia ormonale sostitutiva, mentre in Gran Bretagna la quota raggiunge il 25-30 per cento. Il divario fotografa una diffidenza ancora radicata, alimentata da studi del passato e da una conoscenza insufficiente di una fase che può incidere profondamente sulla salute e sulla qualità della vita.

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La paura delle terapie non è sparita

«La terapia ormonale sostitutiva fa ancora tanta paura in Italia», osserva Salvatore Monti, docente di Endocrinologia all’Università Sapienza di Roma. Secondo l’esperto, a frenare l’uso dei farmaci sono sia il timore delle pazienti sia la cautela dei medici, spesso legata a rischi che le evidenze più recenti hanno ridimensionato.

La svolta mancata risale soprattutto al 2002, quando un importante studio statunitense concluse che i pericoli della terapia superavano i benefici. Le prescrizioni crollarono e la fiducia si indebolì, ma analisi successive misero in luce diversi limiti metodologici di quella ricerca. Nel 2025 la Food and Drug Administration statunitense ha inoltre annunciato la cancellazione del riquadro nero di allerta dai foglietti illustrativi di molte terapie ormonali, eliminando le avvertenze su rischio cardiovascolare, tumore della mammella e possibile demenza alla luce delle conoscenze più aggiornate.


La menopausa resta poco studiata

Il tema è tornato al centro del dibattito grazie a un’analisi pubblicata il 1 ottobre da Science. Le autrici e gli autori, tutti dell’Università di Toronto, attribuiscono la scarsità di progressi a finanziamenti ridotti, studi ancora insufficienti e a una formazione sulla menopausa che nella maggior parte delle facoltà di Medicina non è specifica.

L’articolo sostiene che il problema sia legato anche alla politicizzazione della ricerca: da una parte chi considera necessari trattamenti più numerosi e mirati, dall’altra chi rifiuta l’idea di affrontare la fine dell’età fertile come una condizione meritevole di particolare attenzione clinica. Il risultato, secondo l’analisi, è che molte donne cercano informazioni presso associazioni, centri non appartenenti alla medicina ufficiale e un mercato crescente di integratori o terapie ormonali non regolamentate.


Non sono solo vampate

La menopausa può accompagnarsi ad almeno 72 sintomi e, secondo i dati riassunti da Science, ogni donna ne sperimenta in media sette nello stesso periodo. Le vampate e la sudorazione notturna sono i disturbi più riconoscibili: interessano circa l’80 per cento delle donne, ma rappresentano soltanto una parte del quadro.

«La menopausa è una transizione biologica in cui possono comparire fino a 72 sintomi», sottolineano le ricercatrici e i ricercatori canadesi. Il cambiamento ormonale coinvolge infatti un organismo nel quale i recettori degli estrogeni e del progesterone sono presenti in organi e tessuti diversi, tra cui pelle, polmoni, reni, cuore e cervello. Per alcune persone la transizione è quasi impercettibile; per altre compromette sonno, umore, concentrazione e attività quotidiane.

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Cure da scegliere caso per caso

La terapia ormonale sostitutiva mira a compensare la riduzione degli ormoni prodotti dalle ovaie e a contenere i sintomi. Non dovrebbe però essere proposta secondo uno schema uguale per tutte: la valutazione deve tenere conto dell’età, del momento della menopausa, dei disturbi presenti e delle eventuali controindicazioni.

«La terapia ormonale sostitutiva, nelle donne con sintomi e in assenza di controindicazioni, può essere nettamente favorevole se viene avviata nella cosiddetta “finestra di opportunità”», spiega Stefania Schiavone, docente all’Università di Foggia e componente del gruppo di lavoro sulla farmacologia di genere della Società italiana di farmacologia. Il riferimento è ai primi 10 anni dalla menopausa o, in generale, a prima dei 60 anni.

La scelta della somministrazione può cambiare in base alle esigenze. La via transdermica viene presa in considerazione soprattutto quando sono presenti fattori di rischio cardiovascolari o metabolici, mentre i trattamenti vaginali, caratterizzati da un assorbimento sistemico limitato, sono destinati principalmente ai disturbi locali. L’atrofia genito-urinaria, che comprende secchezza vaginale e dolore durante i rapporti, riguarda oltre il 50 per cento delle donne.


Nuove opzioni contro i sintomi

Le vampate non sono necessariamente un disturbo da sopportare senza interventi. Durante questi episodi possono aumentare pressione arteriosa e frequenza cardiaca e, nel lungo periodo, le forme più intense sono state associate a un rischio cardiovascolare superiore alla media, compresi ipertensione, infarto e ictus.

Per chi non può assumere estrogeni, la ricerca ha sviluppato anche alternative non ormonali. Tra queste figurano alcuni farmaci neuroattivi, come gli antagonisti dei recettori della neurochinina, utilizzati contro vampate e sudorazioni notturne.

Gli integratori a base di piante, invece, mostrano risultati più limitati. Alcuni fitoterapici possono avere un’efficacia appena maggiore rispetto al placebo, ma non raggiungono quella degli ormoni nei casi più severi. Proprio la distanza tra bisogni clinici e risposte disponibili rende centrale una valutazione medica personalizzata, invece di affidarsi a rimedi non regolamentati o a informazioni frammentarie.

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