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Lifestyle 3 min di lettura1 ora fa

Melanoma, il vaccino personalizzato riduce il rischio: cosa cambia

La fase 3 conferma il beneficio della combinazione tra intismeran autogene e pembrolizumab, ma il trattamento non è ancora disponibile negli ospedali italiani.

Il dato più rilevante arriva da uno studio internazionale su 1.137 persone: nei pazienti operati per un melanoma cutaneo ad alto rischio, l’aggiunta del vaccino personalizzato a mRNA all’immunoterapia ha ridotto del 42% il rischio relativo di recidiva o morte rispetto al solo pembrolizumab. A due anni, l’82,2% dei partecipanti trattati con la combinazione era vivo e senza nuova malattia, contro il 70% nel gruppo di confronto.

Il risultato, presentato al congresso europeo di oncologia ESMO 2026 a Madrid, non equivale però a una riduzione assoluta del 42% né significa che il vaccino garantisca la guarigione. Il trattamento è ancora in attesa dei passaggi regolatori necessari e non viene quindi somministrato di routine negli ospedali italiani.

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Il vaccino punta sulle cellule residue

La terapia è pensata per persone con melanoma cutaneo ad alto rischio già rimosso completamente con un intervento chirurgico. Anche quando non restano lesioni visibili, nell’organismo possono sopravvivere cellule tumorali microscopiche, potenzialmente responsabili di una ricomparsa della malattia o della sua diffusione in altri organi.

In questo contesto il vaccino non sostituisce l’operazione. Il suo impiego è stato valutato come trattamento adiuvante, cioè aggiuntivo rispetto alla chirurgia, insieme a un farmaco già utilizzato nella cura del melanoma: il pembrolizumab. Non è dunque destinato a tutte le persone con questa diagnosi, mentre per molti tumori individuati in fase precoce l’intervento può essere sufficiente.


Una dose costruita sul singolo tumore

Il funzionamento è diverso da quello dei vaccini impiegati contro le infezioni. Dopo l’asportazione, il tessuto tumorale viene analizzato per individuare i neoantigeni, caratteristiche presenti nelle cellule malate e utili a distinguerle da quelle sane. Su queste informazioni viene progettata una dose specifica per il singolo paziente.

L’mRNA contenuto nel preparato fornisce alle difese immunitarie le istruzioni per riconoscere quei bersagli. Secondo Paolo Ascierto, membro del comitato scientifico internazionale della ricerca, professore ordinario all’Università Federico II di Napoli e presidente della Fondazione Melanoma, il sequenziamento del tumore e l’intelligenza artificiale consentono di selezionare fino a 34 neoantigeni considerati capaci di stimolare la risposta immunitaria.

Il vaccino dovrebbe così favorire l’attivazione dei linfociti T contro le cellule tumorali. Il pembrolizumab interviene in parallelo, limitando i meccanismi con cui il melanoma può frenare l’azione del sistema immunitario. Le due componenti hanno quindi funzioni complementari: una orienta la risposta, l’altra ne facilita l’attività.

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Fase 3 positiva, ma manca l’autorizzazione

La sperimentazione, denominata INTerpath-001, ha confrontato due gruppi di pazienti operati. Nel primo è stato utilizzato il solo pembrolizumab; nel secondo, allo stesso farmaco è stato aggiunto il vaccino personalizzato, indicato con il nome di intismeran autogene.

Oltre alla riduzione del 42% del rischio relativo di recidiva o morte, la combinazione ha fatto registrare un calo del 38% del rischio relativo di metastasi a distanza o morte. Quest’ultimo parametro riguarda la comparsa di nuove localizzazioni tumorali in organi diversi da quello di origine. «Evitare che il tumore si diffonda ad altri organi è il parametro più vicino in assoluto al traguardo della sopravvivenza globale», ha spiegato Ascierto.

Il dato non dimostra ancora un prolungamento della sopravvivenza complessiva, che deve essere verificata con un periodo di osservazione più lungo. Prima di un eventuale utilizzo in Italia saranno necessarie la valutazione delle autorità competenti e la definizione delle indicazioni ufficiali.


Il 42% non smentisce il dato precedente

La percentuale comunicata nella nuova ricerca è diversa dal 49% citato alcuni mesi prima. Non si tratta, tuttavia, di una perdita di efficacia: i numeri provengono da sperimentazioni differenti e non possono essere messi a confronto diretto.

Nel giugno 2026 erano stati presentati i risultati a cinque anni dello studio KEYNOTE-942, una ricerca di fase 2b condotta su 157 pazienti. INTerpath-001 è invece una sperimentazione di fase 3 con 1.137 partecipanti e un periodo mediano di osservazione di circa due anni. La conferma ottenuta su una popolazione più ampia rappresenta l’elemento principale del nuovo passaggio nello sviluppo della terapia.

Anche i centri italiani hanno contribuito alla ricerca. L’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano ha arruolato 82 pazienti sui 128 valutati, risultando il centro con il maggior numero di partecipanti; all’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione Pascale di Napoli ne sono stati trattati 60, su 85 persone esaminate per l’arruolamento.

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