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Lifestyle 5 min di lettura20 ore fa

Max Parisi, la corsa contro il tempo: il farmaco che può portarlo a Natale

Dopo l’ultima diagnosi senza possibilità terapeutiche, il conduttore è volato negli Stati Uniti per iniziare una cura sperimentale e guadagnare tempo accanto alla moglie e alle figlie.

Per Max Parisi il calendario ha assunto un significato preciso: tra pochi giorni inizierà il trattamento con Daraxonrasib, mentre tra circa 15 giorni una Tac dovrà stabilire se il farmaco sta funzionando. Il conduttore radiofonico, 58 anni, è arrivato negli Stati Uniti dopo che in Italia gli erano rimaste poche alternative contro un tumore al pancreas con metastasi al fegato.


Una diagnosi arrivata nel pieno della vita

La malattia si è manifestata nel 2024 con un prurito molto intenso. Gli esami avevano fatto pensare inizialmente a un problema alle vie biliari, ma la Tac ha rivelato un tumore maligno al pancreas. Da quel momento Parisi ha affrontato intervento chirurgico, chemioterapia e radioterapia, continuando a lavorare a Caffellatte con te, il programma di Radio Monte Carlo, finché le condizioni glielo hanno consentito.

In due anni ha perso 40 chili: da circa un quintale distribuito su un metro e 90 è rimasto un uomo profondamente provato dalla malattia. Fino a poco tempo fa, però, il dolore era stato quasi assente. Poi le metastasi sopra il fegato hanno iniziato a comprimere sempre di più il suo spazio e il respiro, rendendo indispensabili gli antidolorifici per affrontare anche le giornate più semplici.

Il 31 luglio l’oncologo gli ha comunicato che le terapie disponibili erano state esaurite: «Le cartucce che avevamo in canna le abbiamo sparate tutte». A Parisi è stato prospettato un tempo di vita di uno o due mesi. Per questo aveva cominciato a prepararsi alla fine, rivolgendosi a Vidas per le cure palliative e sistemando con la moglie Louise conti, bollette e documenti familiari.


L’ultima possibilità arriva dagli Usa

A cambiare il quadro è stata l’autorizzazione ottenuta negli Stati Uniti il 26 agosto per il Daraxonrasib, sviluppato da Revolution Medicines. Il farmaco viene assunto sotto forma di compresse, tre al giorno per un mese, con la possibilità di proseguire i cicli se gli esami confermano l’efficacia. In alcuni pazienti la terapia è durata due anni e mezzo, nonostante una prognosi iniziale di pochi mesi.

Il trattamento non promette una guarigione. È destinato ai malati che hanno già affrontato altre linee terapeutiche, proprio come Parisi, e può però consentire di allungare il tempo a disposizione. «Magari io arrivo a Natale, se sono fortunato a gennaio», ha detto parlando delle sue aspettative per i prossimi mesi.

La confezione destinata a lui è stata spedita mentre si trovava nella casa della suocera, in California. Per cominciare le prime due fasi della cura ha dovuto trasferirsi temporaneamente negli Stati Uniti e sottoporsi a una nuova valutazione oncologica alla Mayo Clinic di Phoenix, in Arizona. A convincerlo a partire è stata soprattutto Louise, che ha cercato ospedali e possibilità terapeutiche quando lui si era ormai abituato all’idea di morire.


Una famiglia stretta al suo fianco

Parisi ha raccontato di aver temuto il viaggio, l’ignoto e la possibilità di non rivedere le figlie. Alla fine è salito sull’aereo, aiutato da un tranquillante, e ha affrontato il lungo percorso verso l’ospedale americano. La moglie, insegnante di inglese alle scuole medie, ha assunto un ruolo decisivo nell’organizzazione delle cure, rispettando al tempo stesso i momenti in cui il marito aveva bisogno di stare solo.

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Le figlie sono Sophia, 21 anni, iscritta all’Università di Irvine, e Vivienne, 16 anni, ancora al liceo. Quando ha compreso la gravità della situazione, la più giovane ha chiesto al padre di esserci almeno per il giorno del diploma. È uno dei motivi per cui Parisi ha scelto di provare anche questa strada, pur sapendo che il farmaco potrebbe soltanto regalargli tempo.

Il conduttore dice di non avere più desideri personali da inseguire e di sentirsi fortunato per ciò che ha vissuto. La sua richiesta è restare con la famiglia il più a lungo possibile: «Vorrei solo vivere quel che mi resta con la mia famiglia». Alla moglie attribuisce il merito di avergli permesso di arrivare fino a questo nuovo tentativo, cercando una soluzione senza imporsi sulle sue decisioni.


La cura costa oltre 42mila dollari

Negli Stati Uniti la terapia ha un prezzo difficilmente sostenibile per la famiglia. Una fornitura di Daraxonrasib per 30 giorni costa 42.082,80 dollari, a cui vanno aggiunti viaggio, visite e permanenza all’estero. Parisi ha da poco smesso di lavorare e il denaro lasciato dal suocero, morto recentemente, è bastato soltanto per affrontare la partenza e l’avvio del percorso.

Louise ha quindi aperto una raccolta fondi online, coinvolgendo parenti, amici, colleghi e conoscenti. La risposta è arrivata anche attraverso i social: finora sono stati raccolti più di 110 mila dollari, una somma sufficiente a coprire circa due mesi di trattamento. Il conduttore ha sottolineato con ironia che il sistema sanitario americano offre cure avanzate, ma accessibili soprattutto a chi dispone di risorse economiche adeguate.

Dopo i primi cicli, la famiglia dovrà valutare il rientro in Italia. Insieme al fratello Alessandro, Parisi sta cercando di favorire l’accesso al Daraxonrasib anche nel nostro Paese, dove il medicinale è ancora in fase sperimentale. Tra le possibilità esistenti c’è l’uso compassionevole, disciplinato dal Decreto ministeriale del 7 settembre 2017, che consente di fornire gratuitamente farmaci non ancora autorizzati a persone con patologie gravi o in pericolo di vita.


Il peso del tumore al pancreas

La vicenda di Parisi si inserisce in un quadro epidemiologico particolarmente difficile. Secondo le stime più recenti di Airc, nel 2024 in Italia sono stati diagnosticati 13.585 nuovi casi di tumore al pancreas, una delle neoplasie con la mortalità più elevata.

A cinque anni dalla diagnosi risulta vivo appena l’11 per cento degli uomini e il 12 per cento delle donne. Per Parisi, quindi, la terapia americana non rappresenta la promessa di una soluzione definitiva, ma una possibilità concreta di spostare più avanti il limite indicato dai medici. Il primo responso arriverà con la Tac prevista dopo 15 giorni dall’inizio della cura.

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