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Lifestyle 3 min di lettura4 giorni fa

Mauri, Cattelan e il ritorno del fascismo: il monito della mostra

Alla guida di una mostra su Fabio Mauri, Cattelan insiste sul punto più inquietante: il male non si presenta sempre con forme riconoscibili e può avanzare quando smettiamo di considerarlo intollerabile.

«Le cose tornano, ma raramente hanno la cortesia di tornare uguali». È da questa idea, più che dall’etichetta di una mostra, che passa il cuore del ragionamento di Maurizio Cattelan sul fascismo e sul presente. Il suo invito non è a cercare copie del passato, ma a capire quando una soglia cambia senza fare rumore.


Il male cambia faccia prima di farsi vedere

Cattelan, con Marta Papini, firma Fabio Mauri. Gli anni dell’Aquila, progetto espositivo che il Comune dell’Aquila ha promosso e che il MAXXI ha realizzato tra le iniziative più attese di L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026. La rassegna è dedicata a Fabio Mauri, artista che ha indagato a lungo propaganda nazifascista e violenze dei regimi europei.

Per Cattelan, il punto decisivo non è se oggi sapremmo riconoscere subito il fascismo, ma quando cominciamo a tollerare ciò che prima respingevamo. A suo avviso, è lì che si apre lo spazio più pericoloso: non serve che tutti cambino idea, basta che smetta di risultare intollerabile ciò che fino a poco prima appariva scandaloso.

Nella conversazione sull’esposizione, l’artista chiarisce anche un altro passaggio: conoscere la storia non basta a renderci automaticamente migliori. Può però togliere qualche alibi, perché sapere non coincide con rifiutare davvero. A volte, osserva, vediamo bene cosa accade e preferiamo pensare che riguardi altri.


Un’immagine che non si lascia addomesticare

L’allestimento ruota attorno al potere delle immagini, il terreno comune tra la ricerca di Mauri e quella di Cattelan. A partire dal materiale scelto per la comunicazione, un fotogramma d’epoca con l’aquila di un simbolo nazifascista, Cattelan insiste sul fatto che la manipolazione non ha bisogno di mostrarsi in modo rozzo per funzionare.

Sul valore ambiguo di quell’immagine, spiega che può essere letta in modi opposti: celebrazione o condanna dipendono dal contesto, da chi la mostra e da ciò che chi guarda porta con sé. È una dinamica che Mauri aveva già messo in scena quando riportava in circolo schermi, proiezioni e simboli per mostrare quanto facilmente possano cambiare significato.

Tra le opere esposte c’è anche Che cosa è il fascismo?, performance del 1971 nata in un momento in cui quel termine sembrava quasi archiviato. Mauri voleva proprio scardinare l’idea che il fascismo fosse un capitolo chiuso, destinato a restare nei libri e non nella vita.

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Dalla propaganda agli algoritmi

Il collegamento con il presente, pur senza trasformare il percorso in un avvertimento didascalico, appare evidente a Cattelan. Se ieri i regimi lavoravano attraverso cinema e televisione per costruire un immaginario collettivo, oggi quella pressione passa anche da strumenti che agiscono in modo più personale e meno visibile.

Secondo l’artista, gli algoritmi e l’uso indiscriminato dell’AI sono più efficaci proprio perché non sembrano propaganda. Non serve più convincere masse intere della stessa verità: basta intercettare ciò che irrita, spaventa o desidera il singolo utente.

In questo scenario, la cultura non è una protezione assoluta. Cattelan la descrive piuttosto come un freno utile: può renderci meno disponibili alle scorciatoie e costringerci a convivere con le contraddizioni, invece di semplificare tutto in una scelta di campo immediata.


Perché Cattelan ha detto sì

Sorprende meno, alla luce di questo ragionamento, che Cattelan abbia accettato di curare una mostra tanto segnata dal confronto con il male. Tempo fa, ricorda, fu Mauri stesso a dirgli che era «più bravo come pensatore che come artista», un giudizio che gli è rimasto addosso.

Quella frase, racconta, gli è sembrata per anni insieme un complimento e una provocazione. Da Mauri ha imparato soprattutto la distanza tra la complessità dell’idea e l’essenzialità del risultato: uno schermo bianco, una proiezione, una divisa, un gesto minimo. Ed è proprio questa sobrietà, unita alla capacità di pensare molto senza esibire troppo, che Cattelan dice di avere ancora in testa.

La mostra Fabio Mauri. Gli anni dell’Aquila, curata da Maurizio Cattelan e Marta Papini, è in corso al MAXXI L’Aquila | Palazzo Ardinghelli dal 26 settembre al 24 gennaio 2027.

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