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Lifestyle 4 min di lettura24 set

Mar Rosso, una comandante italiana sfida i vecchi stereotipi

Sarah Arrighi guida la Bergamini nell’operazione Aspides mentre Orsetta Giolo legge la sua ascesa come cartina di tornasole: più donne in divisa, ma il cambiamento delle gerarchie è ancora aperto.

Sarah Arrighi oggi è al timone della fregata Carlo Bergamini nel Mar Rosso, ma la sua storia dice molto più di un avanzamento di carriera. L’attenzione per lei nasce anche da un dettaglio solo in apparenza leggero — i suoi “ricci, ribelli e ingovernabili” — che diventa il pretesto per parlare di pregiudizi, ruoli e potere nelle Forze armate italiane.

La Capitano di Fregata, 42 anni, originaria di Asola e cresciuta a Castel Goffredo, è da poco più di un mese responsabile della nave impegnata nell’operazione europea Eunavfor Aspides. La sua unità contribuisce alla protezione del traffico commerciale nell’area e alla sicurezza della navigazione nello stretto di Bab el-Mandeb, uno dei passaggi più delicati per le rotte dirette verso l’Europa.


Una carriera che pesa oltre il comando

Il punto, però, non è soltanto il profilo di Arrighi. La sua presenza ai vertici riporta in primo piano una questione più ampia: quanto le donne siano davvero entrate nei luoghi in cui si decide, e quanto invece restino eccezioni che confermano un modello ancora molto maschile. Le Forze armate italiane, infatti, hanno aperto alle donne solo nel 1999, molto dopo altri ambiti dello Stato.

A leggere questa evoluzione è Orsetta Giolo, professoressa associata di Filosofia del diritto all’Università di Ferrara. Secondo lei, la domanda di fondo non è se una donna possa comandare, ma se il comando femminile riesca a trasformare la struttura del potere oppure finisca per adattarsi alle sue regole tradizionali. «Il problema è sempre quello: quando le donne acquisiscono potere, cambiano il potere che acquistano o invece semplicemente si adeguano a ruoli tradizionali?», osserva.


Due immagini opposte, stesso rischio

Giolo individua due rappresentazioni che imprigionano le militari. La prima le descrive come naturalmente più inclini alla mediazione e alla cura: una lettura apparentemente positiva, ma pur sempre stereotipata. La seconda le colloca dentro un esercito pensato su misura per modelli maschili, dove gerarchia, rigidità e obbedienza restano centrali.

In questo quadro si inserisce anche la Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, approvata nel 2000, che ha spinto verso una maggiore partecipazione femminile nei processi di prevenzione e risoluzione dei conflitti. Tuttavia, secondo Giolo, questo riconoscimento non si è tradotto in un pari peso delle donne nei negoziati di pace. Il rischio, aggiunge, è quello del pink washing: usare la presenza femminile per rendere la guerra più accettabile, quasi più moderna e meno brutale.

La filosofa lega questo passaggio anche al clima attuale, segnato dalla corsa al riarmo e dall’idea di deterrenza. Un contesto molto diverso da quello di fine Novecento, quando sembrava che il conflitto armato potesse uscire dalla storia e si parlava con più convinzione di operazioni di pace, Corte penale internazionale e responsabilità dei capi di Stato.

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Le donne che stanno cambiando le gerarchie

La storia di Arrighi si inserisce in una trasformazione che non riguarda solo la Marina. Sulla Bergamini guida un equipaggio di 160 persone, con un’età media di 28 anni e una presenza femminile vicina al 30 per cento. Non è il suo primo incarico: in passato ha comandato anche lo Spica, pattugliatore attivo nel Mediterraneo e nell’operazione Mare Sicuro.

Prima di lei, nel 2013, Catia Pellegrino fu la prima donna a guidare un’unità navale italiana, il pattugliatore Libra. Nell’Arma dei Carabinieri e nell’Esercito altre ufficiali hanno aperto la strada: Laura De Benedetti, Rosa Patrone, Simonetta De Guz, Sara Scala, Michela De Santis e Monica Segat. In poco più di vent’anni, insomma, non è cambiata solo la presenza femminile, ma anche la forma delle gerarchie.

L’Arma dei Carabinieri offre un indicatore concreto di questo passaggio: le prime donne entrarono in ruoli tecnici, come psicologhe ufficiali, mentre oggi la loro quota è cresciuta molto. Dai dati sugli organici si passa da circa il 3 per cento del 2015 al 10 per cento nel 2025.


Più arruolamenti, più giovani, più aspettative

A crescere è anche l’interesse delle ragazze per la divisa, attratte da carriere che uniscono dovere civico, stabilità economica, possibilità di crescita e tutele. Oggi circa un arruolato su 3 è donna, e il 75% delle donne in uniforme ha meno di 35 anni.

È un dato che racconta una presenza sempre più ampia, ma non ancora sufficiente a chiudere il discorso. La questione, semmai, è se questa generazione riuscirà davvero a incidere sui meccanismi interni delle Forze armate oppure se resterà entro un perimetro pensato altrove. Ed è proprio qui che la vicenda di Sarah Arrighi smette di essere solo una carriera e diventa un segnale politico e culturale.

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