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Lifestyle 3 min di lettura3 giorni fa

Maigret, il nuovo volto non cambia la partita: l’indagine di Podalydès

Il commissario nato dalla penna di Simenon torna al cinema con un interprete esile e una storia classica aggiornata da Pascal Bonitzer.

Il corpo cambia, il metodo resta: Denis Podalydès veste i panni di Maigret in una versione cinematografica che aggiorna alcuni dettagli senza rinunciare all’atmosfera del celebre investigatore parigino. In “Maigret, l’amore e la morte”, ora nelle sale con Lucky Red, il commissario affronta un delitto avvolto da passioni tardive, segreti familiari e sospetti incrociati.


Un Maigret lontano dalla tradizione fisica

Dopo Gino Cervi, Jean Gabin, Bruno Cremer, Jean Richard e Gérard Depardieu, tutti interpreti associati a una figura decisamente più robusta, Podalydès propone un protagonista asciutto e apparentemente meno imponente. La sua interpretazione punta però sulla riservatezza, sulla durezza e su una forma di severità trattenuta che restituisce un Maigret poco incline alle concessioni.

Il film conserva i segnali più riconoscibili del personaggio: la pipa, il lavoro metodico, gli interrogatori e quella capacità di osservare gli esseri umani prima ancora degli indizi. Pascal Bonitzer, ottantenne autore e regista con una lunga esperienza nel cinema francese, interviene sulla superficie senza smontare l’impianto classico creato da Georges Simenon.


Un delitto tra aristocrazia e desideri

La vicenda prende avvio dal ritrovamento di un diplomatico in pensione, ucciso nel proprio appartamento del VII arrondissement. A scoprire il cadavere è la governante, interpretata da Anne Alvaro, mentre le prime verifiche conducono Maigret verso una relazione clandestina: la vittima frequentava una nobildonna sposata e ferventemente cattolica, rimasta vedova appena tre giorni prima della morte dell’uomo.

La donna, ormai libera di immaginare il matrimonio atteso per anni, non è l’unica possibile responsabile. Nell’elenco dei sospettati compaiono il figliastro antiquario, la governante, il figlio facoltoso della vedova — forse legato al diplomatico da una parentela nascosta — e altri personaggi segnati da interessi, rancori o doppie vite. Il diplomatico è stato colpito alla nuca e raggiunto da quattro proiettili al petto.

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La classicità con qualche ritocco

Bonitzer aggiorna il mondo di Maigret con interventi discreti. Lapointe, storico collaboratore del commissario, ha origini africane; alla brasserie compare anche un panino vegetariano accanto alle consuete ordinazioni. Restano invece il transistor in cucina, l’assenza dei telefoni cellulari e una Parigi che sembra sospesa in un tempo riconoscibile.

La sceneggiatura procede attraverso indizi rapidi, profili psicologici essenziali e interrogatori serrati. La colpa sembra spostarsi continuamente da un personaggio all’altro, mentre l’indagine mantiene il passo del romanzo di Simenon. Non mancano neppure una battuta dal tono orgogliosamente francese e un epilogo costruito su una doppia chiusura.


L’eredità di Simenon sul grande schermo

Il film è tratto da “Maigret e i vecchi signori”, pubblicato in Italia da Adelphi, e conserva il meccanismo narrativo dell’opera originale. La soluzione del caso conta, ma altrettanto importante è il percorso con cui il commissario penetra nelle fragilità dei sospettati.

Irène Jacob interpreta la signora Maigret, mentre John Simenon, figlio di Georges, figura tra i produttori associati. Il risultato si rivolge soprattutto a chi conosce e apprezza la tradizione del personaggio, ma la prova di Podalydès dimostra che, anche con una silhouette inattesa, il commissario può continuare a muoversi con naturalezza dentro il suo labirinto di misteri.

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