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L’ultima intervista a Tinto Brass tra cinema, amore e libertà

Nel colloquio dello scorso settembre, il regista parlava della malattia, di Caterina Varzi e dei film più amati

È stata ripubblicata l’ultima intervista a Tinto Brass, morto a Roma a 93 anni. Il colloquio era stato realizzato lo scorso settembre nella casa del regista, nella campagna romana.

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Il cinema che gli mancava

Brass appariva affaticato e dimagrito, ma conservava il sorriso ironico e la prontezza nelle risposte. Le sue giornate erano diventate difficili: trascorreva molto tempo davanti alla televisione e sentiva l’assenza del cinema, che definiva la principale fonte del suo entusiasmo.

Nel soggiorno restavano i simboli della sua lunga carriera: disegni, premi, manifesti e i celebri oggetti erotici di legno. Sul tavolo c’era anche un sigaro ormai consumato. «A quello non rinuncio», aveva detto parlando delle sue abitudini.

La Mostra del Cinema di Venezia aveva deciso di omaggiarlo con la proiezione restaurata di *Col cuore in gola*, prevista nella serata di pre-apertura. Il film era stato recuperato dal Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma con il sostegno di Netflix.


Il legame con Caterina Varzi

Caterina Varzi, sua compagna dal 2007 e moglie dal 2017, aveva raccontato l’origine della loro relazione. I due si erano incontrati grazie a un progetto documentario mai realizzato e si erano poi rivisti per un’intervista condotta da Varzi, allora psicanalista.

A conquistarla, aveva spiegato, non era stato soltanto il personaggio pubblico, ma l’uomo e l’intellettuale. Brass aveva scritto personalmente le memorie difensive nel procedimento per oscenità legato a *Caligola*; inoltre, nella sua vita, aveva avuto rapporti con Bertrand Russell, Jean-Paul Sartre e Marc Chagall.

Varzi aveva ricordato anche la proposta di matrimonio, annunciata da Brass su un giornale prima ancora che lei fosse convinta. La differenza d’età e le resistenze delle rispettive famiglie non avevano impedito alla coppia di sposarsi. «La formula del matrimonio è “per sempre”. Nel nostro caso significa “fino alla fine”», aveva detto.

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I film e la libertà personale

A Brass era stata attribuita soprattutto l’etichetta di regista dell’eros, definizione che non rifiutava. Secondo lui, i critici avevano separato artificialmente la prima parte della carriera da quella erotica: in ogni opera, sosteneva, contavano soprattutto la forma e il linguaggio cinematografico.

Tra i suoi lavori, indicava *L’urlo* come il film a cui era più affezionato. Per dirigerlo aveva rinunciato ad *Arancia meccanica*, scelta della quale non si era mai pentito. Ricordava inoltre l’apprezzamento ricevuto dal pubblico per molte pellicole della fase erotica, anche quando la critica era stata più severa.

Parlando della propria identità artistica, Brass rivendicava il titolo di «maestro dell’eros». E alla domanda sulla differenza tra “erotico” ed “eretico” aveva risposto: «Erotico! Quando non sei più erotico, allora diventi eretico».


Il regista visto da vicino

Varzi descriveva il marito come una persona tenera, generosa e pudica, oltre che testarda e un po’ gelosa. Diceva di avvertire più di lui il peso della differenza d’età e di soffrire nel vedere diminuire ogni giorno le energie dell’uomo che aveva scelto.

Il rapporto con i figli di Brass, inizialmente segnato da contrasti e pregiudizi, era migliorato con la malattia del regista. Varzi aveva prestato particolare attenzione al legame con Bonifacio, rimasto distante per anni, per evitare che si ripetesse la difficile storia familiare vissuta da Brass con suo padre.

Di fronte alle domande sul presente, il regista parlava della propria tristezza e della perdita di entusiasmo. A renderlo felice restavano soprattutto i ricordi della vita trascorsa e delle esperienze condivise con le persone amate.

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