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Lifestyle 4 min di lettura2 giorni fa

Like innocui, danni reali: il lato oscuro degli animali selvatici online

Le immagini di specie esotiche trattate come animali domestici possono alimentare domanda, traffici e una percezione distorta della fauna.

Il punto non è soltanto la presenza di un animale selvatico in una fotografia o in un video. A pesare è soprattutto l’idea che quel soggetto possa essere comprato, “adottato” o trasformato in un elemento decorativo e divertente della vita quotidiana. Quando questa rappresentazione si diffonde, piante e animali rischiano di diventare prodotti qualsiasi, con conseguenze anche sulla loro sopravvivenza.

La ricerca sulla fauna selvatica in rete mostra infatti che le immagini possono modificare il modo in cui il pubblico guarda alle specie esotiche e contribuire ad accrescere l’interesse dei potenziali acquirenti. Anonimato, percezione di un pericolo ridotto e controlli insufficienti sulle piattaforme sono tra gli elementi che possono sostenere la domanda digitale.


Il like può cambiare la percezione

Un primate stretto tra le braccia, un felino di grandi dimensioni accanto a una persona o un rettile raro ripreso in casa possono apparire come contenuti leggeri. La loro diffusione, però, tende a rendere normale una situazione che normale non è: la presenza di fauna selvatica in contesti domestici e trasformata in intrattenimento.

Un post del genere non prova automaticamente l’esistenza di un’attività criminale e pubblicare l’immagine di un animale non costituisce di per sé un reato. Il rischio riguarda piuttosto l’effetto complessivo di migliaia di contenuti: se una specie appare facilmente disponibile e adatta alla vita con gli esseri umani, può crescere il desiderio di possederla e imitare quel comportamento.

A riportare il tema nel dibattito pubblico è stata anche la vicenda di una creator italiana, che aveva mostrato online un cucciolo di primate. La discussione si è concentrata sull’origine dell’animale, sulla possibilità che fosse detenuto legalmente e sulle ricadute per il suo benessere e per la tutela della fauna.


La vendita attraversa tutta la rete

Il commercio di animali e piante selvatiche non si concentra in un solo ambiente digitale. Secondo uno studio pubblicato su Nature Reviews Biodiversity, gli scambi si distribuiscono tra social network, negozi online, forum, pagine indipendenti e conversazioni private gestite attraverso applicazioni di messaggistica.

La CITES è la convenzione internazionale che disciplina gli scambi tra Paesi con l’obiettivo di proteggere le specie e arginare il traffico illegale. Tuttavia, le regole non impediscono che un annuncio venga reso visibile pubblicamente e che il contatto prosegua poi in spazi meno accessibili, magari con pagamenti difficili da ricostruire.

Nelle aree aperte del web, compresi marketplace come eBay e altri siti di commercio elettronico, compaiono soprattutto piante vive, orchidee, invertebrati, tartarughe, testuggini e pappagalli. Anche quando i grandi operatori vietano la vendita di specie protette, gli annunci possono essere spostati altrove o mascherati con formule e parole convenute.

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I portali indipendenti risultano invece legati in particolare a ragni e altri aracnidi, gechi, pitoni, anfibi e uccelli. Nei gruppi chiusi e negli spazi che richiedono registrazione, la review segnala una presenza rilevante di mammiferi, pesci, rettili, anfibi e invertebrati.


Il dark web non è il centro

L’immaginario comune tende a identificare il dark web con il principale mercato dei traffici illeciti. L’analisi descritta nello studio restituisce però un quadro più circoscritto: questa parte della rete appare come un canale di dimensioni inferiori e con una specializzazione maggiore.

Una ricerca citata dagli autori rileva che circa il 90 per cento degli annunci di fauna selvatica individuati nel dark web riguardava specie impiegate per droghe ricreative, tra cui i funghi allucinogeni. Le transazioni, quindi, non passano necessariamente dagli spazi più nascosti: spesso il percorso comincia da un contenuto visibile a chiunque.

Il venditore può esibire l’animale in modo pubblico, usare un linguaggio allusivo e trasferire il dialogo su un canale privato. In questo modo, chi naviga non deve cercare fisicamente un mercato specializzato e può entrare in contatto con l’offerta quasi per caso.


Un fenomeno oltre tigri ed elefanti

Quando si parla di traffico di fauna, l’attenzione si concentra spesso su elefanti, rinoceronti, tigri, altri grandi felini e pangolini. Sono protagonisti di circuiti molto redditizi, ma rappresentano soltanto una parte di un fenomeno che coinvolge migliaia di specie animali e vegetali, comprese quelle ancora poco studiate dagli organismi di conservazione.

Il caso delle orchidee Paphiopedilum, chiamate anche lady's slipper orchids, mostra quanto rapidamente possa crescere la pressione commerciale. La scoperta di nuove varietà ha alimentato una corsa agli acquisti e, in alcuni casi, la domanda ha portato il fiore vicino alla scomparsa.

Lo studio prova così a ricostruire non soltanto la quantità degli scambi, ma anche il modo in cui i diversi ambienti digitali intercettano categorie differenti di fauna e flora. La rete non è un unico mercato: è un insieme di canali con pubblici, regole e livelli di visibilità diversi.

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