565notizie oggi Scopri i vantaggi
Lifestyle 4 min di lettura56 min fa

La moda che si rigenera: funghi, scarti e abiti fatti per durare

Dalle fibre ottenute con la fermentazione ai tessuti recuperati, il settore sperimenta nuovi materiali e modelli per ridurre sprechi e impatto ambientale.

Il traguardo è fare in modo che la parola “sostenibile” non serva più a distinguere una parte della moda dal resto del settore. Per arrivarci, però, non basta scegliere meglio ciò che si compra: occorre ripensare materiali, produzione, manutenzione e durata degli abiti.

«Entriamo in negozio per comprare qualcosa di nuovo, ma dovrebbe essere naturale tornarci per far riparare ciò che abbiamo già», osserva Giovanni Lucchesi, fondatore di Prism. La sua realtà interviene su rimanenze, capi difettosi e tessuti inutilizzati, trasformando il recupero in un servizio ordinario.

Offerta del giorno26 ottobre

Douglas

-20% su tanti prodotti da Douglas

Scade tra 2 giorni
*********


Riparare diventa parte dello stile

Prism collabora con Yamamay per recuperare resi e invenduti, mentre con Ovs lavora sulla manutenzione nei punti vendita e sul riutilizzo dei prodotti con imperfezioni. Secondo Lucchesi, il cambiamento resterà difficile finché comprare un capo nuovo costerà meno che aggiustare quello posseduto.

Per rendere conveniente la riparazione, aggiunge, i vestiti dovrebbero essere realizzati con fibre robuste e componenti sostituibili, come cerniere progettate per poter essere cambiate. La possibilità di intervenire sul capo dopo l’acquisto dovrebbe essere considerata già nella fase di progettazione.

Anche Fendi ha scelto di lavorare su ciò che esiste già con Echo of Love, progetto che recupera pellicce precedenti e le ricompone in forme contemporanee, comparse anche in passerella durante l’inverno. L’intervento artigianale apre così una riflessione sulla relazione affettiva con gli oggetti e sul tempo per cui desideriamo conservarli.


Dagli scarti nascono nuovi oggetti

In Brianza, Pulvera segue il percorso dei residui tessili dalla raccolta alla trasformazione in polvere, fino alla ricerca di nuovi impieghi. L’azienda, guidata dalla terza generazione femminile della famiglia, ha partecipato alla realizzazione di SILKI, una sedia stampata in 3D sviluppata con Stardust Secured.

Il prodotto contiene una miscela biodegradabile arricchita con polvere di seta ricavata da materiali tessili di recupero. In questo modo, uno scarto non viene semplicemente eliminato, ma diventa una materia prima per oggetti destinati a un ambito diverso dall’abbigliamento.

Un’altra strada passa dalla costruzione stessa del capo. CFCL, marchio giapponese fondato da Yusuke Takahashi, utilizza una lavorazione tridimensionale computerizzata che porta il filato direttamente alla forma finale, limitando gli avanzi normalmente prodotti dal taglio dei tessuti.

Il marchio impiega inoltre poliestere riciclato e sviluppa capi lavabili con facilità, adattabili a occasioni diverse e pensati per essere indossati in più stagioni. In questo caso, la riduzione dello spreco coincide con una precisa scelta estetica.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.

Readoo usa l’AI per rispondere velocemente alle tue domande.


Biotecnologie per nuove fibre

La ricerca si spinge anche verso materiali ottenuti senza ricorrere alle risorse tradizionali. Nel progetto S|Style, curato da Giorgia Cantarini con il Material Innovation Lab di Kering, 10 designer emergenti internazionali hanno esplorato soluzioni ancora poco diffuse.

Spiber, azienda giapponese attiva nelle biotecnologie, ricava attraverso la fermentazione microbica proteine che possono diventare fibre dalla consistenza simile alla seta. Il materiale può essere usato da solo oppure insieme ad altre fibre, ampliando le possibilità rispetto alle alternative convenzionali, ha spiegato Cantarini.

Giuseppe Buccinnà ha invece sperimentato Innovera di Modern Meadow, un materiale privo di componenti animali ottenuto da proteine vegetali, biopolimeri e parti derivate dal riciclo degli pneumatici. La conceria Pasubio lo ha lavorato per conferirgli un aspetto vicino a quello della pelle.

Bottega Veneta ha inserito nei propri accessori portafogli realizzati con Ephea Uma, materiale simile alla pelle prodotto a partire dal micelio, cioè la struttura vegetativa dei funghi. Per Cantarini, l’ampliamento dell’offerta dimostra che queste soluzioni possono diventare un’opportunità creativa, non un vincolo produttivo.


Persone, ambiente e profitto

La trasformazione riguarda anche le condizioni di chi lavora nella filiera. Marina Spadafora, docente, attivista e coordinatrice italiana di Fashion Revolution, sostiene da anni l’idea che persone, pianeta e profitto debbano procedere insieme. Nella pratica, racconta, la redditività finisce spesso per avere la precedenza su salari e diritti.

«Quando si parla di ambiente le aziende sono disponibili a dialogare. Ma se tocchi salari e diritti dei lavoratori, tutto diventa più difficile», ha detto Spadafora. La stilista ricorda di aver conosciuto, agli inizi nell’impresa vicentina di famiglia, ogni passaggio produttivo e di aver incontrato nel comparto del lusso catene in cui i campioni venivano realizzati in Italia, mentre gli ordini erano affidati all’estero per contenere i costi.

Nel 2019 Spadafora e 60 organizzazioni non governative hanno presentato al Parlamento europeo una proposta legislativa sul tessile. Da allora sono arrivate misure contro la distruzione degli invenduti e sanzioni per le aziende che comunicano pratiche ambientali inesistenti; resta però decisivo verificare il rispetto delle norme, anche attraverso controlli più efficaci alle dogane.

La stilista vede un segnale positivo nelle nuove generazioni, meno legate al possesso e più propense a chiedersi se ogni acquisto sia davvero necessario. La sua speranza è che questa attenzione, oggi ancora percepita come speciale, diventi il comportamento normale di chi produce e di chi sceglie un abito.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere