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Lifestyle 4 min di lettura1 ora fa

John Malkovich, a 72 anni il ruolo che può cambiare tutto

In Wild Horse Nine interpreta un agente della Cia tormentato dal proprio passato, mentre guarda a nuovi progetti e allontana l’idea del ritiro.

A 72 anni John Malkovich non pensa alla pensione e continua a scegliere il lavoro prima dei riconoscimenti. Wild Horse Nine, diretto da Martin McDonagh e nelle sale dal 5 novembre, potrebbe però aggiungere un capitolo importante alla sua carriera: secondo i pronostici, l’attore è tra i favoriti per l’Oscar dopo due candidature ottenute come interprete non protagonista.

Il film lo mette al centro della storia nei panni di Chris, un veterano della Cia costretto a confrontarsi con le conseguenze delle proprie azioni. L’agente custodisce informazioni sul colpo di Stato cileno del 1973 e, insieme al collega Lee, interpretato da Sam Rockwell, lascia Santiago per rifugiarsi sull’Isola di Pasqua.


Il passato presenta il conto a Chris

Chris è un uomo imprevedibile, pieno di contraddizioni e incapace di frenare le parole. La sua fuga diventa anche un percorso di esame interiore: per anni ha operato in diversi scenari della politica internazionale, dalla Baia dei porci alla possibile cospirazione sull’assassinio di John F. Kennedy.

Malkovich lo descrive come una persona rimasta emotivamente infantile, dominata dalla diffidenza e da regole tutte sue. Il rapporto con Lee è l’unico legame autentico della sua vita, anche se i due si comportano come una coppia di coniugi ormai abituata ai difetti reciproci. «Sono una vecchia coppia di sposi», ha spiegato l’attore parlando della loro intesa e del lavoro condiviso con Rockwell.

La forza del film, secondo Malkovich, nasce soprattutto dalla scrittura di McDonagh. I dialoghi hanno permesso ai due interpreti di costruire uno scambio spontaneo, favorito anche dalle prove svolte direttamente sull’isola, lontano dalle distrazioni abituali di un set cinematografico.


Un ritorno al centro della scena

Dopo una carriera con oltre 150 crediti, Malkovich resta legato nell’immaginario collettivo soprattutto a Le relazioni pericolose, Essere John Malkovich e Con air. Wild Horse Nine potrebbe però diventare un nuovo riferimento per il pubblico, grazie a un ruolo che unisce sarcasmo, ferocia e vulnerabilità.

L’attore respinge comunque l’idea di inseguire la celebrità. «Voglio solo lavorare fino a quando l’industria mi farà capire che è il momento di fermarmi», ha detto, spiegando di preferire gli impegni concreti agli onori. Oltre al cinema, continua infatti a occuparsi di teatro: ha diretto opere e drammi teatrali e prevede di lavorare presto in Giappone.

La ricerca di copioni capaci di convincerlo, però, è diventata più complicata. Malkovich sostiene che oggi i progetti davvero validi siano pochi, anche se la situazione non sarebbe stata molto diversa in passato: le sceneggiature alle quali ha aderito senza esitazioni, racconta, sono arrivate con intervalli di dieci o quindici anni.

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Tra storia, politica e ironia

Per prepararsi al film non ha dovuto partire da zero sul piano storico. In passato aveva adattato per il teatro Libra di Don DeLillo, dedicato all’assassinio di Kennedy, e aveva lavorato anche su un testo tratto da La letteratura nazista in America di Roberto Bolaño, con una parte ambientata in Cile e collegata al regime di Pinochet.

Nel film, Chris e Lee appartengono alla Cia, ma i loro comportamenti ricordano spesso quelli di due gangster. La vicenda alterna umorismo e amarezza mentre mostra il peso delle operazioni condotte dalle grandi potenze e la distruzione degli ideali politici. Malkovich collega la perdita dell’innocenza americana all’assassinio di Kennedy e, più indietro nel racconto, agli eventi che hanno preceduto il colpo di Stato cileno.

Il tono grottesco non cancella dunque la componente tragica. I due protagonisti hanno contribuito a eventi terribili, ma la sceneggiatura li osserva anche attraverso la loro goffaggine, le ossessioni e un rapporto umano che impedisce di ridurli a semplici antagonisti.


La testa diventata un marchio

L’intervista non poteva evitare un riferimento a Essere John Malkovich e alla sua celebre idea del portale nella testa dell’attore. Lui affronta l’argomento con autoironia: «Ho una testa enorme», ha scherzato ricordando una fotografia dell’infanzia.

Secondo Malkovich, anche le caratteristiche fisiche considerate imperfezioni possono diventare risorse davanti alla macchina da presa. Ha citato il caso di Bette Davis, riconoscibile per i grandi occhi e la testa minuta, e ha ricordato che proprio Essere John Malkovich era un progetto che avrebbe voluto dirigere. L’idea di affidare una parte a Charlie Sheen, ha aggiunto, era stata sua.

Quanto al futuro, l’attore non sembra interessato a stabilire una data di uscita di scena. Preferisce continuare a recitare e a dirigere finché troverà progetti capaci di stimolarlo, lasciando che sia il sistema cinematografico, eventualmente, a decretare la fine della sua attività.

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