Iran, un post può costarle la vita: il caso Amini scuote il mondo
La studentessa è stata condannata alla pena capitale per presunta blasfemia, mentre le organizzazioni umanitarie denunciano l’aumento delle esecuzioni nel Paese.
La condanna di Najmeh Amini rischia di trasformare un procedimento individuale in un nuovo banco di prova per l’uso della pena capitale contro il dissenso. Mahmood Amiry-Moghaddam, alla guida di Iran Human Rights, ha avvertito che il caso potrebbe allargare il ricorso all’esecuzione anche a espressioni pacifiche pubblicate in rete: «Condannare a morte una giovane donna per ciò che ha pubblicato sui social media rischia di normalizzare il ricorso alla pena capitale contro forme di espressione pacifica, estendendone ulteriormente l’applicazione».
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Un’escalation che supera i 600 casi
Il quadro nel quale si inserisce la vicenda è quello di una crescente pressione giudiziaria. Iran Human Rights ha registrato 604 esecuzioni tra gennaio e settembre 2026, un dato che le organizzazioni per i diritti umani leggono anche come strumento di intimidazione collettiva e di contenimento delle proteste.
Le condanne legate alla blasfemia rimangono meno frequenti rispetto ad altri reati. Gli ultimi casi noti di esecuzione per questa contestazione risalgono all’8 maggio 2023, quando furono giustiziati Yousef Mehrad e Sadrollah Fazeli-Zare per contenuti diffusi attraverso le piattaforme digitali. Per questo, secondo gli attivisti, la vicenda di Amini assume un significato che va oltre la sua storia personale.
La giovane detenuta a Mashhad
Amini ha 23 anni, studia contabilità ed è rinchiusa nel carcere di Vakilabad, a Mashhad, nel nord-est del Paese. La polizia informatica iraniana, la Fata, avrebbe iniziato a seguirne l’attività in rete fino all’arresto, ma i messaggi indicati dall’accusa non sono stati resi pubblici.
La vicenda giudiziaria è collegata alle grandi manifestazioni antigovernative del gennaio 2026, represse dalle forze di sicurezza. Secondo Hrana, organizzazione affiliata a Human Rights Activists in Iran, in quei giorni migliaia di persone furono uccise e più di 50mila vennero arrestate.
Accuse contestate e appello possibile
Il tribunale ha ritenuto Amini responsabile di sab ol-nabi, l’offesa al profeta Maometto, contestazione per la quale il codice penale islamico iraniano contempla la condanna capitale. La sentenza è stata emessa nel settembre 2026, ma Iran Human Rights precisa che non è ancora passata in giudicato e può essere esaminata in appello.
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L’articolo 263 prevede però eccezioni alla sanzione più grave, tra cui le parole pronunciate in stato di alterazione o prive di volontà offensiva. In simili circostanze sono previste pene sostitutive che possono raggiungere 74 colpi di frusta. La difesa ha sostenuto che i commenti fossero stati pubblicati dopo l’assunzione di sostanze allucinogene insieme ad alcuni conoscenti e che si fosse trattato di un errore privo di intenzione deliberata; il giudice ha respinto entrambe le ricostruzioni.
Oltre alla sentenza per blasfemia, Amini ha ricevuto una condanna distinta a 12 anni, sei mesi e un giorno di reclusione. Le imputazioni riguardano la sicurezza nazionale e la propaganda contro il regime.
L’appello affidato alla sua voce
In una registrazione audio diffusa il mese scorso e attribuita alla giovane, Amini ha sollecitato l’intervento delle Nazioni Unite, degli avvocati e delle associazioni impegnate nella tutela dei diritti umani. Ha chiesto che il suo procedimento venga verificato e che la comunità internazionale non rimanga spettatrice.
«Non voglio passare per un’eroina oggi. Voglio solo una cosa: siate la mia voce», avrebbe detto. Nel messaggio, la studentessa si è descritta come una ragazza innocente, con progetti e sogni, e ha ricordato l’attesa angosciosa dei genitori, che ogni notte temono di perderla.
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