Infarto silente, i segnali da non sottovalutare: chi rischia di più
Molti attacchi cardiaci passano inosservati e possono danneggiare il cuore: prevenzione, controlli e sintomi da riconoscere secondo il cardiologo Antonio Bartorelli.
Fiato corto durante una salita, stanchezza insolita, palpitazioni o un fastidio al petto non andrebbero liquidati come semplici conseguenze dell’età o della fatica. «Fondamentale è sempre conoscere i propri fattori di rischio», avverte Antonio Bartorelli, responsabile dell’Unità operativa di Cardiologia interventistica universitaria dell’IRCCS Ospedale Galeazzi-Sant'Ambrogio di Milano e presidente della Fondazione Cesare Bartorelli.
Tra i campanelli d’allarme rientrano anche il gonfiore alle caviglie associato alla difficoltà respiratoria, un dolore o bruciore dietro lo sterno irradiato a braccio, collo, mascella o schiena, oltre a un affaticamento intenso che non migliora con il riposo. Battiti irregolari e palpitazioni possono invece suggerire un’aritmia.
Prevenzione, i controlli da programmare
Per ridurre il pericolo servono abitudini equilibrate: alimentazione corretta, movimento costante, rinuncia alle sigarette e attenzione al peso. A questa base vanno aggiunti controlli periodici, soprattutto quando esistono familiarità o altre condizioni predisponenti.
Bartorelli consiglia di verificare almeno ogni dodici mesi pressione, glicemia e colesterolo LDL, la frazione associata al rischio di danni alle coronarie. In presenza di precedenti familiari di malattie cardiache, le indicazioni mediche suggeriscono di iniziare i controlli già tra i 35 e i 40 anni.
La valutazione può comprendere un elettrocardiogramma, ancora utile nonostante sia un esame di lunga tradizione, e un ecocardiogramma, capace di mostrare struttura, pareti e valvole del cuore. Quando il profilo clinico lo richiede, il medico può prescrivere approfondimenti come la tomografia computerizzata delle coronarie, che permette di individuare eventuali restringimenti legati all’aterosclerosi.
Il rischio cresce con età e diabete
Le persone anziane possono percepire meno il dolore a causa della ridotta sensibilità nervosa e spesso convivono con disturbi capaci di mascherare i segnali cardiaci. Una situazione particolarmente delicata riguarda chi soffre di diabete: secondo il cardiologo, circa un paziente diabetico su due può sperimentare almeno una volta un infarto senza riconoscerlo.
Alla base vi è spesso la neuropatia diabetica, cioè il danneggiamento dei nervi coinvolti nella percezione del dolore viscerale. Anche le donne meritano particolare attenzione: dopo la menopausa la loro probabilità di infarto raggiunge livelli simili a quelli degli uomini, mentre per anni sono state considerate erroneamente più protette.
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Quando il danno resta nascosto
L’assenza di dolore non significa che il cuore rimanga indenne. Nelle ore successive all’evento, una parte del miocardio può andare incontro a necrosi; se l’area colpita è estesa, la capacità di pompare sangue diminuisce e può comparire uno scompenso cardiaco.
Non è raro che una persona chieda una valutazione perché improvvisamente non riesce più a salire le scale senza fermarsi o avverte una stanchezza sproporzionata. Gli esami possono allora rivelare che quei disturbi sono la conseguenza di un infarto avvenuto senza sintomi evidenti.
Un’emergenza difficile da riconoscere
Il quadro viene definito infarto silente quando l’episodio non provoca dolore oppure produce sensazioni così modeste da essere attribuite a indigestione, raffreddamento o stanchezza. «Circa il 45% di tutti gli infarti che noi diagnostichiamo» rientra in questa categoria, spiega Bartorelli.
In alcuni casi la scoperta arriva soltanto durante un controllo, quando si evidenzia una perdita del 20-30% del muscolo cardiaco. Per questo l’esperto definisce il fenomeno «una delle emergenze sanitarie più importanti, una vera e propria epidemia sommersa».
Riconoscere i fattori predisponenti — tra cui pressione alta, colesterolo elevato, fumo, diabete, sedentarietà e familiarità cardiovascolare — è quindi essenziale. Bartorelli osserva inoltre che la prevenzione pubblica dedica maggiore spazio agli screening oncologici, nonostante le malattie cardiovascolari presentino un’incidenza e una mortalità superiori.
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