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Lifestyle 5 min di lettura15 ott

Il terrore cambia pelle: 10 horror italiani da riscoprire

Dal gotico di Bava alle riletture contemporanee, una selezione di film che mostra come il cinema italiano abbia trasformato paure, ossessioni e leggende.

Il bosco, una casa isolata e un gruppo di sconosciuti costretto a confrontarsi con rituali indecifrabili: «A Classic Horror Story» usa gli ingredienti più riconoscibili del cinema dell’orrore per metterli in discussione. È una chiave utile per leggere l’intera evoluzione del genere italiano, passato dai castelli maledetti alle paure quotidiane, dalla provincia alle ossessioni familiari.

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Quando il gotico entrò nella storia

La tradizione italiana dell’orrore affonda le radici in immagini di grande forza visiva. Prima ancora che il genere si spostasse verso il thriller e il terrore psicologico, cripte, cimiteri e dimore in rovina erano il cuore di racconti costruiti attorno a maledizioni e presenze soprannaturali.

In «La maschera del demonio» (1960), l’esordio ufficiale alla regia di Mario Bava, la Moldavia del XVII secolo fa da sfondo alla condanna della principessa Asa Vajda. Accusata di stregoneria insieme al suo amante, la donna lancia una maledizione prima di morire. Duecento anni dopo, il suo spirito torna a cercare un nuovo corpo, quello di una giovane che le somiglia. Il bianco e nero, insieme alle scenografie di castelli e sepolcri, crea un’atmosfera gotica rimasta nella memoria anche grazie alla doppia interpretazione di Barbara Steele, nei ruoli di Asa e Katia.

Un’altra notte soprannaturale è al centro di «Danza macabra» (1964), diretto da Antonio Margheriti. Il giornalista Alan Foster accetta di trascorrere fino all’alba in un maniero che considera disabitato, convinto che le apparizioni appartengano soltanto alla fantasia. L’incontro con figure enigmatiche e il riaffiorare di vicende mai davvero concluse trasformano la scommessa in una trappola. Barbara Steele compare anche in questo film, che fonde fantasmi, passioni e crimini.


Il male si nasconde tra le persone

Negli anni Settanta l’orrore italiano comincia a lasciare gli spazi apertamente fantastici. Il pericolo può emergere da una comunità rispettabile, da un’indagine incompleta o da un’immagine apparentemente innocua. La paura diventa così più vicina e, proprio per questo, meno facile da respingere.

«Non si sevizia un paperino» (1972) porta Lucio Fulci in un paese del Mezzogiorno sconvolto dalla morte di alcuni bambini. Le indagini fanno ricadere il sospetto su persone già isolate e alimentano il ricorso a superstizioni e accuse collettive. Un giornalista e una giovane donna cercano di ricostruire ciò che è accaduto, mentre il film mette a nudo il fanatismo religioso, l’emarginazione e la violenza di una folla pronta a trovare un colpevole. Florinda Bolkan e Barbara Bouchet figurano nel cast.

Con «Profondo rosso» (1975), Dario Argento trasforma un delitto osservato per caso in un labirinto di segni e false piste. Durante una conferenza a Torino, una sensitiva avverte la presenza di un assassino tra gli spettatori; poco dopo viene uccisa nel suo appartamento. Marcus Daly, pianista inglese e testimone del crimine, avvia la ricerca insieme alla giornalista Gianna Brezzi, interpretata da Daria Nicolodi. Le musiche dei Goblin e la costruzione della suspense hanno reso il film uno dei titoli più rappresentativi del regista.

La provincia diventa un luogo minaccioso anche ne «La casa dalle finestre che ridono» (1976). Stefano, giovane restauratore, viene chiamato in un paese dell’Emilia per recuperare un affresco dedicato al martirio di San Sebastiano. L’autore dell’opera è morto in modo misterioso e la sua ossessione per il dolore spinge il protagonista a indagare, mentre gli abitanti mostrano comportamenti sempre più ambigui. Pupi Avati costruisce il terrore dentro una quotidianità solo in apparenza pacifica.

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Il corpo diventa un campo di battaglia

Con «Suspiria» (1977), Argento porta l’incubo in un’accademia di danza tedesca. Suzy Bannion, giovane ballerina statunitense, arriva nella scuola e assiste a una sequenza di sparizioni, omicidi e rumori inspiegabili. La scoperta di un legame con la stregoneria modifica il significato di ogni corridoio e di ogni aula. Le luci rosse e blu, le scenografie irreali e la colonna sonora dei Goblin hanno contribuito alla fama internazionale del film.

Il rapporto tra spettacolo e violenza ritorna nella rilettura firmata da Luca Guadagnino nel 2018. Ambientato nella Berlino del 1977, segnata dalla divisione del Muro e dalle tensioni politiche, il film segue Susie Bannion, interpretata da Dakota Johnson, dopo il suo ingresso in una compagnia diretta da Madame Blanc, cui presta il volto Tilda Swinton. Le scomparse e i rituali delle insegnanti trasformano la danza in uno strumento di controllo fisico e psicologico.

Ancora più radicale è «Cannibal Holocaust» (1980) di Ruggero Deodato. Una troupe statunitense parte per l’Amazzonia con l’intenzione di documentare alcune popolazioni indigene, ma sparisce. Le pellicole recuperate da un antropologo restituiscono una versione degli eventi diversa da quella immaginata dai giovani documentaristi. Il film, tra i più controversi nella storia del genere, ricorre a immagini presentate come registrazioni autentiche e anticipa il meccanismo dei filmati ritrovati.


Le paure entrano nelle case

In «The Nest – Il nido» (2019), Roberto De Feo concentra l’inquietudine in una villa circondata dal bosco. Samuel vive lì con la madre Elena, è costretto su una sedia a rotelle e non ha mai conosciuto il mondo oltre la proprietà. L’arrivo di Denise, giovane domestica, incrina le certezze del ragazzo e lo porta a dubitare delle regole e dei racconti con cui è cresciuto. Il conflitto familiare diventa così il motore di un horror psicologico fondato sul controllo e sulla paura.

La dimensione domestica lascia spazio all’isolamento assoluto in «A Classic Horror Story» (2021), realizzato da Roberto De Feo e Paolo Strippoli. Cinque persone che non si conoscono viaggiano su un camper condiviso attraverso il Sud Italia; dopo un incidente, si ritrovano in un bosco senza strada e con una sola casa di legno all’orizzonte. Nel tentativo di salvarsi, incontrano rituali e presenze minacciose. Distribuito da Netflix, il film si diverte a rielaborare i meccanismi più riconoscibili dell’orrore.

Questo percorso arriva fino a «L’estranea», nuovo lavoro di Paolo Strippoli con Jasmine Trinca, Romana Maggiora Vergano e Valeria Bruni Tedeschi. La vicenda è ambientata a Bari e ruota attorno a una famiglia dell’alta borghesia, a un segreto celato per vent’anni e a un patto oscuro destinato a riemergere.

Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia e accolto con entusiasmo al Toronto International Film Festival, il film è stato scelto per rappresentare l’Italia nella corsa all’Oscar per il miglior film internazionale 2027. Il suo arrivo riporta l’attenzione su una tradizione che, dai lavori di Bava e Argento alle riletture contemporanee, continua a cambiare forma senza smettere di interrogare le paure del pubblico.

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