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Lifestyle 2 min di lettura30 set

Il corpo non racconta tutto: lo stigma che ritarda le cure

Disturbi alimentari e obesità hanno origini e percorsi diversi, ma il giudizio sull’aspetto può allontanare entrambe le persone dall’assistenza.

Il modo in cui una persona appare non basta a spiegare la sua condizione di salute. Eppure peso, forma del corpo e abbigliamento vengono ancora utilizzati per formulare giudizi rapidi, con conseguenze concrete: vergogna, diagnosi tardive e rinuncia a chiedere aiuto. È questo il tema della campagna digitale “Apparenze. Non confondere ciò che vedi in ciò che vivo”, ideata da Animenta con il contributo non condizionato di Lilly.


Lo stigma diventa una barriera alle cure

Il pregiudizio legato al corpo non resta confinato alla dimensione sociale. Può entrare anche negli ambulatori e negli ospedali, spingendo chi vive un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione o l’obesità a temere di essere giudicato o di ricevere un’assistenza non adeguata.

Secondo i contenuti emersi al Congresso Nazionale AIDAP sulla conoscenza e sul trattamento dei disturbi dell’alimentazione e dell’obesità, nel 2024 questo meccanismo ha contribuito a ritardare l’accesso ai percorsi di cura. L’attesa può aggravare il quadro clinico e rendere più complesso intervenire in modo tempestivo.


Due condizioni, non una sola storia

I disturbi alimentari sono patologie psichiatriche nelle quali il rapporto con il cibo, il peso o l’immagine corporea subisce un’alterazione persistente. Le abitudini alimentari cambiano in modo da compromettere la salute fisica e la vita sociale della persona; alla loro origine possono concorrere elementi psicologici, biologici e ambientali. Ansia, depressione e disturbo ossessivo-compulsivo sono tra le condizioni che possono comparire insieme.

L’obesità, invece, è una malattia cronica, progressiva, recidivante e non trasmissibile. Deriva dall’interazione di fattori genetici, psicosociali e ambientali e comporta un accumulo eccessivo di tessuto adiposo, valutato anche in base alla quantità e alla distribuzione nel corpo. Confondere questa condizione con un disturbo alimentare significa ignorare differenze rilevanti nelle cause, nei trattamenti e nelle esperienze individuali.

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I numeri mostrano la dimensione del problema

I dati più recenti dell’Istat indicano che nel 2025 il 46,4% degli italiani con almeno 18 anni si trovava in una condizione di eccesso ponderale. La quota comprende il 34,8% di persone in sovrappeso e l’11,6% con obesità, pari a 5 milioni 750mila individui.

Un passaggio istituzionale importante è arrivato il 1° ottobre 2025, quando è stata approvata la prima legge al mondo che riconosce l’obesità come malattia cronica. Il provvedimento rappresenta un cambiamento significativo per la sanità pubblica, in un quadro segnato dall’aumento dei casi e delle complicanze associate alla patologia.


Oltre ciò che appare

La campagna richiama anche il significato culturale attribuito alla magrezza, spesso associata non soltanto alla bellezza, ma a controllo, valore e potere. Questa visione continua a influenzare il modo in cui vengono osservati i corpi e può rendere invisibili sofferenze molto diverse tra loro.

Riconoscere la complessità delle storie individuali è quindi essenziale. Un aspetto esteriore non permette di stabilire né la presenza di una malattia né il percorso di cura necessario: ridurre il giudizio è una condizione per favorire ascolto, diagnosi e assistenza.

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