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Hezbollah, il potere oltre i tunnel: perché il Sud del Libano resta fedele

Milizia, partito e rete sociale: il movimento sciita conserva un peso decisivo mentre Israele mantiene posizioni nel Sud e cresce il dissenso interno

Per capire la forza di Hezbollah non basta guardare alle gallerie distrutte o alle armi nascoste sotto le montagne del Libano meridionale. Il movimento sciita continua a esercitare un’influenza profonda perché, accanto alla struttura militare, ha costruito servizi, assistenza e un’identità fondata sulla resistenza e sul martirio. Ma la guerra ha imposto un prezzo all’intero Paese e anche nella sua stessa comunità iniziano a emergere dubbi sul rapporto con l’Iran.


La guerra ridisegna il confine

Alle 21:08 del 10 settembre, i rilevatori del Centro nazionale di geofisica libanese hanno registrato una scossa di magnitudo 4,1. L’origine era stata individuata 61 chilometri a est di Nabatiyeh, sotto il monte Ali al-Taher, dove le Forze di difesa israeliane avevano fatto saltare in aria più di due chilometri di cunicoli di Hezbollah utilizzando 1.100 tonnellate di esplosivo. Il bagliore dell’esplosione si è sollevato per decine di metri e il contraccolpo è arrivato fino a Sidone.

Israele è entrato nel Sud del Libano dall’autunno 2023 e oggi controlla la cosiddetta Linea gialla, una fascia profonda dieci chilometri tracciata ad aprile. Il ministro della Difesa Israel Katz sostiene che non ci siano ambizioni territoriali, ma lega il ritiro al disarmo di Hezbollah: «Non abbiamo mire territoriali in Libano, ma finché Hezbollah non sarà disarmato, non ci ritireremo di un millimetro». La posizione dovrebbe favorire il ritorno di quasi 100 mila israeliani allontanatisi dai villaggi di frontiera.

L’esercito israeliano teme soprattutto la Forza Radwan, l’unità alla quale Hassan Nasrallah, storico leader del movimento, attribuiva il compito di arrivare fino alla Galilea. Hezbollah aveva aperto il fuoco dal Libano l’8 ottobre 2023, il giorno dopo l’attacco di Hamas, nel quadro della strategia dei fronti coordinati dall’Iran. L’idea di una permanenza israeliana prolungata, tuttavia, è stata criticata anche da Washington perché considerata incompatibile con l’intesa sottoscritta a giugno con Beirut.


Un partito dentro lo Stato

Hezbollah presenta tre volti contemporaneamente: è una forza politica legale, dispone di una milizia più potente dell’esercito libanese e gestisce una rete sociale capace di sostituire lo Stato in molte aree sciite. Stati Uniti, Regno Unito e Lega Araba lo classificano come organizzazione terroristica; dal 2013 l’Unione europea applica la stessa definizione alla sua ala militare.

Grazie all’intesa con i propri alleati, il movimento può contare su circa un terzo dei ministri e dei deputati, una posizione che gli ha consentito di condizionare decisioni strategiche e istituzioni. Il Libano è rimasto per due anni senza presidente e l’indagine sull’esplosione del porto di Beirut è stata bloccata. Per molti cristiani e sunniti Hezbollah rappresenta una struttura parallela, mentre per gran parte degli sciiti resta il principale punto di riferimento politico e assistenziale.

Nato nel 1982 come emanazione della Rivoluzione iraniana, il Partito di Dio puntava inizialmente a trasformare il Libano in una repubblica islamica e a cancellare Israele. Il primo progetto è stato abbandonato nel 2009, ma sono rimasti il rifiuto di un accordo di pace con Israele e il legame privilegiato con Teheran.


Il consenso nasce dall’assistenza

Tra le rovine di Nabatiyeh, un combattente indica il grande ritratto di Imad Mughniyeh, responsabile militare di Hezbollah per due decenni e ucciso a Damasco nel 2008. L’uomo che accompagna la visita era sopravvissuto alle esplosioni a distanza di radiotrasmittenti e cercapersone avvenute nel settembre 2024: il suo apparecchio era rimasto sul comodino. Secondo il suo stesso racconto, potrebbe avere combattuto anche in Siria, dove Hezbollah era intervenuto dal 2013 al fianco di Bashar al-Assad.

La sua valutazione sulla distruzione di Ali al-Taher è netta: «Gli israeliani sono assurdi: prendono i tunnel e poi li distruggono. Ma non possono presidiare la vetta: se restassero lassù, i nostri droni li raggiungerebbero». Il miliziano ammette però che l’organizzazione si è esposta troppo e che l’intervento siriano ha avuto un costo strategico. Una funzionaria della propaganda riconduce quella trasformazione ai finanziamenti arrivati dopo il conflitto del 2006, quando dall’Iran e dal Qatar sarebbero giunti milioni di dollari.

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Secondo la funzionaria, il denaro e l’espansione hanno allontanato Hezbollah dagli insegnamenti della famiglia del Profeta, basati sulla rinuncia all’ego e sul rifiuto dello spreco. Dopo l’uccisione di Hassan Nasrallah nel settembre 2024, il movimento avrebbe avviato un ritorno alla disciplina religiosa e all’educazione spirituale, modificando anche l’organizzazione militare: l’esercito tradizionale dovrebbe lasciare spazio a piccoli gruppi autonomi e dispersi.

Riad al-As’ad, esponente di una storica famiglia sciita del Sud ridimensionata dall’ascesa del Partito, invita a non ridurre Hezbollah alla dimensione armata. A suo giudizio, il movimento è nato prima di tutto come rete sociale: offre credito, cure mediche, istruzione e sostegno alle famiglie dei combattenti e dei feriti, in uno Stato impoverito e segnato dalla corruzione. È questa presenza quotidiana, più ancora dei tunnel, a spiegare il legame con una parte della popolazione.


Il martirio come identità politica

La mobilitazione della comunità si è vista anche a Dahiyeh, nella periferia meridionale di Beirut, dove si sono rifugiate molte famiglie fuggite dai villaggi del Sud. L’8 luglio, per i funerali di Ali Khamenei, Guida suprema iraniana uccisa a febbraio da Israele e Stati Uniti, il Partito aveva preparato decine di migliaia di posti fino a piazza Ashura.

Madri e figlie si contendevano il microfono per ribadire che la morte di Nasrallah non aveva prodotto paura, ma una determinazione ancora maggiore. Questa retorica affonda le radici nella vicenda di Hussein, nipote del Profeta, caduto a Kerbala nel 680 contro il califfo sunnita Yazid. La sconfitta militare viene così riletta come vittoria morale dell’oppresso che accetta la morte pur di non arrendersi.

Il Sud, identificato con la regione di Jabal Amel, viene presentato come terra consacrata dal sangue dei caduti. La funzionaria del Partito sostiene inoltre che i bombardamenti israeliani abbiano rafforzato il legame delle nuove generazioni con la difesa dei propri villaggi: lo sradicamento, secondo questa lettura, alimenterebbe la capacità di Hezbollah di rigenerarsi.

Il bilancio della guerra, però, riguarda tutto il Libano: oltre 4 mila morti e un milione di sfollati nel 2026. Anche tra gli sciiti si fa strada la domanda se il movimento protegga davvero gli interessi del Paese o se finisca per privilegiare quelli dell’Iran.

Dal palco di piazza Ashura, uno degli sceicchi ha respinto questa accusa, sostenendo che i rapporti internazionali non possano mettere in discussione la convivenza tra le comunità libanesi. Finché una parte del Sud continuerà a riconoscersi in questa promessa, o finché lo Stato non riuscirà a offrire un’alternativa credibile, Hezbollah manterrà il proprio peso: non soltanto nei passaggi sotterranei delle montagne, ma anche nelle istituzioni e nella vita quotidiana di milioni di persone.

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