Gherta, fuga dal matrimonio forzato e nuova vita a Modena
Sposata a 13 anni in Albania, oggi sostiene altre donne dopo aver lasciato un marito violento e ricongiunto i figli
Gherta ha lasciato a 30 anni un marito violento e ha ricostruito a Modena la propria vita insieme ai tre figli.
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Il sostegno alle donne
La sua esperienza oggi la porta ad affiancare altre donne accolte dal Centro antiviolenza di Modena. «Mi rivedo in loro», racconta, ricordando quando cercava aiuto senza trovare nessuno disposto a offrirle una mano.
Il servizio fa capo all'Associazione Casa delle donne contro la violenza, nata nel 1990 per sostenere l'autonomia e i diritti delle donne. Nel 1991 l'organizzazione ha aperto il centro modenese, tra i primi in Italia, affiancandolo in seguito ai progetti AutonoMie «Semira Adamu» e OLS - Oltre la strada e lo sfruttamento.
La libertà ritrovata
Oggi Gherta vive vicino ai figli, lavora come assistente per anziani ed è diventata nonna. Può uscire, fermarsi in un locale per un caffè e andare al mare senza dover più nascondere il corpo sotto abiti imposti.
Quando le si chiede se sia felice, risponde parlando della libertà: «Sono libera». Per lei significa poter camminare senza paura e parlare senza temere una nuova aggressione. Ai figli non ha raccontato ogni dettaglio del passato, ma ha sempre detto che sarebbe riuscita a vincere.
Un matrimonio deciso da altri
Gherta è nata in una città albanese sul mare, ma da ragazza non poteva viverlo. Doveva coprirsi con abiti pesanti, tenere le mani nascoste e indossare pantaloni sotto la gonna lunga. Mentre le coetanee andavano in spiaggia, lei restava chiusa in casa per ragioni legate alla cultura e alla religione.
Aveva circa 12 anni e mezzo quando smise di giocare con le bambole. Pochi mesi dopo sua madre la promise alla famiglia di un uomo di 22 anni. La sera in cui avrebbe dovuto andare a cena da conoscenti scoprì che il matrimonio era già stato organizzato.
La notte delle nozze
Nella casa preparata per la festa, la sorella del futuro marito la lavò e la depilò prima di farle indossare l'abito bianco. «Io non capivo cosa stesse succedendo», ha ricordato Gherta. Aveva 13 anni e non aveva ancora compreso che quella sarebbe stata la fine della sua infanzia.
La suocera e la cognata la accompagnarono in una stanza e le fecero mettere la chiave sotto il cuscino, assicurandole che nessuno l'avrebbe disturbata. Durante la notte, invece, il marito entrò e la costrinse ad avere un rapporto sessuale. La prima mestruazione arrivò quando era già sua moglie.
Una vita sotto controllo
Da bambina si ritrovò a occuparsi di dodici persone, lavorando fino a tarda notte e ricominciando all'alba. Per un periodo fu impiegata in una fabbrica di scarpe, ma il marito la accompagnava e la riprendeva, impedendole di uscire da sola persino per fare la spesa.
A 16 anni partorì la prima figlia. «Ero ancora una ragazzina e mi sembrava di essere cresciuta insieme a lei», ha raccontato. Quando cercava rifugio dalla madre con il corpo segnato dalle percosse, riceveva sempre la stessa risposta: aveva sposato quell'uomo e doveva restargli accanto.
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Le violenze davanti ai figli
Il marito la colpiva con pugni, schiaffi e cinture. Bastava una parola sgradita per scatenare la sua rabbia; in alcune occasioni la chiudeva fuori dall'abitazione se l'aveva vista parlare con i vicini. I familiari di lui tendevano a giustificarlo, attribuendo quelle condotte al fatto che fosse un uomo.
Una volta, ubriaco, prese l'acqua bollente da una pentola sul fuoco e la gettò verso Gherta, che si trovava sul divano con i bambini. Sul suo corpo è rimasto il segno di una cintura, mentre gli anni di paura hanno lasciato ferite psicologiche profonde. Per 17 anni ha vissuto aspettando nuove aggressioni e dormendo poco, spesso con l'incubo di essere picchiata fino a non riuscire più a respirare.
La fuga dall'Albania
La decisione arrivò dopo l'ennesima serata di violenza. Il marito continuava a bere e Gherta sfruttò quel momento per uscire di casa senza un piano preciso, guidata soltanto dalla volontà di proteggere i figli e cambiare la propria esistenza.
Mentre correva verso l'abitazione di un'amica, il figlio la inseguì chiedendole di tornare. Quell'immagine le è rimasta impressa. Subito dopo chiamò la sorella e le chiese di portare via i bambini, temendo che il padre potesse far loro del male.
Il viaggio verso Modena
La sorella riuscì a portarli via con la forza, perché il padre non voleva consegnarli. Gherta rimase per due giorni nascosta in casa, poi partì con l'amica: prima il pullman da Durazzo, quindi il traghetto fino a Bari e infine il trasferimento a Modena, dove l'altra donna lavorava già come assistente familiare.
Arrivata in Italia, si rivolse al Comune e al Centro antiviolenza. All'inizio la solitudine fu molto dura, ma accettò diversi impieghi, dalle pulizie al servizio ai piani fino all'assistenza agli anziani. Il denaro guadagnato serviva soprattutto a garantire un futuro ai figli rimasti in Albania.
Il ricongiungimento con i figli
Il marito la denunciò per abbandono di minori. Gherta sostenne di poter dimostrare che aveva continuato a occuparsi dei bambini anche da lontano, mentre per tre anni furono affidati alla sorella.
Dopo un anno e mezzo tornò in Albania per rivederli. In seguito riuscì a portarli a Modena. Il ricongiungimento segnò per lei l'inizio di una fase nuova: la famiglia era finalmente riunita e il progetto per cui aveva rischiato la fuga si era realizzato.
La ferita della madre
La madre di Gherta, prima di morire, le chiese perdono e riconobbe la propria responsabilità. Quel ricordo continua a farle male, ma oggi la figlia trasformerebbe quel dolore in un avvertimento rivolto a chiunque debba prendere una decisione simile.
«Non consegnare tua figlia per rispettare regole o codici: l'amore conta più di tutto», è il messaggio che avrebbe voluto lasciarle. Gherta, intanto, continua ad ascoltare le donne che arrivano al centro e a offrire loro il sostegno che un tempo non aveva ricevuto.
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