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Lifestyle 3 min di lettura1 ora fa

Genitori in allerta, figli sotto esame: la lezione di Kessisoglu

L’attore racconta il rapporto con la figlia, la nascita di C’è da fare e l’urgenza di riconoscere il disagio adolescenziale senza trasformare ogni tristezza in una patologia.

La libertà di sbagliare sembra sempre più difficile da difendere per gli adolescenti, osserva Paolo Kessisoglu. Tra controlli tecnologici, aspettative familiari e paura di deludere, i ragazzi rischiano di vivere ogni errore come una colpa. È anche da questa riflessione, maturata durante il Covid e intrecciata alla sua esperienza di padre, che è nata C’è da fare, l’associazione fondata insieme alla compagna Silvia Rocchi.

L’organizzazione, diventata nel 2023 ente del Terzo settore, sostiene giovani e famiglie alle prese con ansia, autolesionismo, disturbi alimentari e pensieri suicidi. Tra i progetti figura C’è da fare Safe Teen, realizzato con l’ospedale Niguarda di Milano. Il nuovo passo è un centro milanese dedicato all’ascolto e all’orientamento, pensato per mettere in rete ragazzi, genitori e professionisti.


La pressione che pesa sui ragazzi

Kessisoglu racconta di essersi avvicinato al tema dopo aver letto i dati sull’aumento degli accessi dei minorenni ai pronto soccorso per problemi legati alla salute mentale. In quel periodo sua figlia Lunita aveva sedici anni: la questione non era più soltanto sociale, ma riguardava direttamente la sua famiglia.

Secondo l’attore, oggi i genitori dispongono di strumenti che consentono di localizzare i figli e di sapere quasi in tempo reale dove si trovino e cosa stiano facendo. Un controllo così serrato, però, può alimentare l’ansia degli adulti e sottrarre ai più giovani lo spazio necessario per crescere. «I figli devono avere anche la libertà di sbagliare», ha affermato Kessisoglu parlando del rapporto tra protezione e autonomia.

La paura di fallire, inoltre, non appartiene soltanto ai genitori. Per i ragazzi può diventare il timore costante di non essere all’altezza di madri e padri già affermati e spesso altamente istruiti. Rocchi aggiunge che molti adulti finiscono per vivere le difficoltà dei figli come se fossero proprie, trasformando il loro insuccesso in una presunta prova del proprio fallimento genitoriale.


Quando è meglio restare alla porta

Kessisoglu si descrive come un padre autentico, ma consapevole dei propri limiti e forse ingombrante anche per effetto del suo lavoro. Dice di avere un atteggiamento più morbido rispetto a Rocchi, che considera più ferma nel porre divieti. Con la figlia ha cercato soprattutto il dialogo, imparando però che insistere non sempre aiuta.

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Ci sono momenti in cui un adolescente preferisce chiudersi e prendere le distanze. In questi casi, spiegano i due genitori, bisogna rispettare il silenzio senza scomparire: l’adulto deve rimanere disponibile, pronto a farsi trovare quando quella distanza si riduce. «A volte basta stare fuori dalla porta», ha ricordato Kessisoglu, citando anche la canzone portata a Sanremo con Lunita.

Rocchi invita inoltre a non confondere l’assenza temporanea di dialogo con un segnale di emergenza. Per separarsi dalla famiglia e costruire la propria identità, un ragazzo può avere bisogno di escludere i genitori dalla propria quotidianità. Il compito degli adulti è esserci senza aggiungere alle difficoltà dei figli anche le proprie paure.


Il confine tra tristezza e disagio

Un rendimento scolastico che peggiora a lungo, l’abbandono delle amicizie e il ritiro dalla vita sociale sono alcuni campanelli d’allarme indicati da Kessisoglu. Nessuno di questi elementi, preso isolatamente, consente però di formulare una diagnosi: per interpretarli servono psicoterapeuti, psicanalisti e neuropsichiatri infantili e dell’adolescenza.

Rocchi ricorda che la tristezza è una componente normale dell’esperienza umana e non deve essere cancellata o trattata automaticamente come una malattia. L’attenzione diventa necessaria quando i segnali sono numerosi oppure persistono nel tempo, compromettendo la vita quotidiana del ragazzo.

Il nuovo spazio di C’è da fare nasce proprio con questo obiettivo: offrire un primo orientamento e costruire una rete attorno a chi attraversa una fase complessa. Accanto agli specialisti saranno coinvolte anche persone note, capaci di parlare ai giovani attraverso esperienze e parole riconoscibili. Per Rocchi, nelle famiglie il giudizio degli altri alimenta ancora vergogna e senso di colpa; per questo rompere il silenzio resta uno dei passaggi decisivi.

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