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Lifestyle 4 min di lettura21 ott

Garlasco, la prova delle scarpe divide: «Qualcuno mente»

A Verità Nascoste il caso torna al centro tra impronte, reperti informatici senza verbali e versioni contrastanti sulle attività degli investigatori.

Il confronto sulle calzature usate da Andrea Sempio riaccende il dibattito sull’inchiesta per la morte di Chiara Poggi. In trasmissione Milo Infante ha indossato scarpe numero 42 e 43, pur portando il 44 e mezzo, e ha camminato con entrambe. Un esperimento che la difesa ha contrapposto al video in cui Sempio non riuscirebbe a calzare quelle stesse misure, indicate come troppo piccole.

L’avvocato Fabrizio Gallo ha contestato con durezza il senso della dimostrazione: «Perché fare questa sceneggiata? Io ho molti difetti e uno è che detesto essere preso in giro. Non mi piace, e questa cosa è una presa in giro». Secondo il legale, la Procura avrebbe già giudicato prive di fondamento scientifico le prove portate dalla difesa, ritenendole quindi senza valore.

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Le foto riaprono il caso dell’auto

Un altro punto discusso riguarda la Fiat di Alberto Stasi e ciò che sarebbe avvenuto il 13 agosto 2007, il giorno dopo l’omicidio. L’ex maresciallo Roberto Pennini aveva sostenuto che nessuno avrebbe potuto controllare l’abitacolo, perché il veicolo era stato chiuso e trasferito nella caserma dei carabinieri.

Durante la trasmissione, però, sono state mostrate immagini scattate proprio quel giorno. Nelle fotografie si vedrebbero alcune persone aprire la portiera e accedere più volte alla macchina. La circostanza contrasta anche con il racconto dell’avvocato Collivignarelli, che aveva riferito di numerosi militari impegnati a esaminare l’automobile. Di questa attività, secondo quanto emerso, non sarebbe stato redatto alcun verbale.

L’ex capitano Gennaro Cassese ha inoltre raccontato che i carabinieri si presentarono nell’abitazione di Stasi a Garlasco il giorno successivo alla morte di Chiara. L’obiettivo dichiarato era cercare oggetti o scritti riconducibili alla ragazza, ma dalla casa uscirono anche con tre paia di scarpe e il computer di Alberto. Infante ha sollevato il dubbio che il trasferimento dei reperti potesse essere avvenuto senza una richiesta formale dei pubblici ministeri.


«Questa indagine fa paura»

Il nodo non riguarda soltanto le modalità con cui furono raccolti gli oggetti. Fabrizio De Rensis ha sostenuto che alcune persone starebbero fornendo versioni non veritiere sia sull’indagine relativa alle omissioni sia su quella per corruzione: «Questa indagine fa una paura fottuta a diversa gente». A suo giudizio, sapere che qualcuno mente può diventare un elemento utile per chi conduce gli accertamenti.

Nel corso del programma è stato ricordato anche il tema delle presunte immagini pedopornografiche attribuite al computer di Stasi. Una ricostruzione contenuta nella prefazione del libro dell’avvocato Gian Luigi Tizzoni parlava di filmati di quel tipo, ma nei documenti processuali non risulterebbe la presenza di materiale simile. La stessa sentenza della Cassazione, secondo quanto riferito, avrebbe escluso quella contestazione.

Roberto Porta, autore insieme a Daniele Occhetti della perizia disposta nel 2009 dal giudice Vitelli, ha spiegato che l’attribuzione sarebbe nata da un’interpretazione errata di un programma informatico. Nel computer sarebbero stati trovati scaricamenti e immagini pornografiche, ma in una quantità ritenuta troppo ridotta per definire Stasi un consumatore abituale.

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Il computer resta senza una traccia ufficiale

L’attività compiuta sul portatile di Alberto Stasi nel 2007 è stata indicata come uno dei principali punti oscuri. Secondo quanto ricostruito in trasmissione, del contenuto del dispositivo venne realizzata una copia completa, ma non esisterebbero un verbale o altra documentazione capace di descrivere con precisione l’acquisizione.

Sul computer erano presenti anche i video relativi alla relazione privata tra Chiara e Alberto. La perizia Porta-Occhetti, realizzata due anni dopo, aveva invece confermato l’alibi di Stasi per il periodo esaminato. Tra il 14 e il 29 agosto 2007, gli investigatori avrebbero trasferito su una chiavetta USB la tesi di laurea, aperto immagini e documenti e utilizzato videogiochi presenti sul dispositivo.

In seguito sarebbe stato duplicato per due volte l’intero disco rigido, il 22 e il 23 agosto, su un supporto esterno. Il 29 agosto, inoltre, il cestino del computer sarebbe stato svuotato. Rimane senza risposta la sorte dei supporti sui quali furono copiate quelle informazioni.


Gli errori contestati ai carabinieri

Porta ha chiarito che la relazione del 2009 elencava le operazioni rilevate, ma con margini di incertezza perché l’incarico iniziale riguardava soprattutto le giornate del 12 e 13 agosto 2007. A suo avviso, un nuovo approfondimento tecnico potrebbe far emergere ulteriori elementi.

Giuseppe Brindisi ha parlato di una sequenza di omissioni e inesattezze difficile da ricondurre soltanto all’incompetenza. Anche l’attività dei RIS è stata messa in discussione: in un passaggio, gli esperti avrebbero riconosciuto che Stasi lavorò alla tesi il 12 agosto, sostenendo però l’assenza di operazioni informatiche nel giorno del delitto.

Tra gli episodi citati c’è anche una ricerca di sinonimi e contrari, attribuita dai RIS a un’attivazione automatica di Word. Porta ha escluso questa possibilità, spiegando che il programma non poteva consultare autonomamente il dizionario per avviare una simile ricerca: «Una cosa da fantascienza. La questione ci ha lasciati perplessi».

Il quadro emerso dalla puntata di Verità Nascoste ruota così attorno a documenti mancanti, ricostruzioni divergenti e reperti la cui gestione non sarebbe stata sempre accompagnata da una registrazione ufficiale. Sullo sfondo resta la domanda sulle anomalie investigative che, a distanza di anni, continuano ad alimentare il caso Garlasco.

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