Fibrillazione atriale, quando il cuore richiede una procedura: i segnali da conoscere
Dall’anticoagulazione all’ablazione, come si riconosce e si tratta l’aritmia che ha costretto Lionel Richie a fermarsi per il recupero
Anche quando una procedura ha riportato il cuore a un ritmo regolare, la terapia anticoagulante non viene sospesa automaticamente. Il rischio di ictus resta infatti legato alle caratteristiche del paziente e non soltanto alla presenza o all’assenza dell’aritmia: dopo il trattamento si continua per almeno due mesi, mentre la decisione successiva spetta al medico.
Le recidive sono possibili, soprattutto quando la fibrillazione atriale è persistente. Per questo il percorso non si esaurisce con un intervento riuscito: possono servire controlli, farmaci aggiuntivi o, in alcuni casi, una nuova procedura.
Quando serve intervenire subito
La priorità cambia se il battito irregolare si accompagna a pressione molto bassa, dolore al torace, difficoltà respiratoria intensa, perdita di coscienza o segni di scompenso. In presenza di instabilità, i medici possono ricorrere alla cardioversione elettrica: sotto sedazione, una scarica controllata può ristabilire il ritmo in pochi secondi.
Se invece non c’è un’urgenza, la cardioversione può essere organizzata con farmaci o mediante una procedura elettrica. Prima di procedere, il paziente deve avere assunto anticoagulanti in modo efficace per almeno tre settimane oppure sottoporsi a un ecocardiogramma transesofageo, utile a verificare che nell’atrio non siano presenti coaguli.
Quando gli episodi diventano frequenti o i disturbi non si attenuano, si prende in considerazione l’ablazione transcatetere. Il trattamento interrompe i segnali elettrici anomali provenienti soprattutto dalle vene polmonari e può utilizzare radiofrequenza, congelamento dei tessuti o elettroporazione.
L’operazione non basta da sola
L’approccio chirurgico può essere scelto se il paziente deve già affrontare un intervento cardiaco, per esempio sulla valvola mitrale. In questa situazione l’ablazione viene eseguita nella stessa seduta. Un’altra possibilità è rappresentata dalla tecnica toracoscopica mini-invasiva o da un trattamento combinato, con il lavoro coordinato di cardiochirurgo ed elettrofisiologo.
La scelta viene discussa da un gruppo composto da cardiologo, specialista del ritmo ed esperto di cardiochirurgia. L’obiettivo è diminuire la frequenza degli episodi e migliorare la vita quotidiana, senza però garantire che l’aritmia scompaia definitivamente. Il rischio di una ricomparsa è maggiore nelle forme di lunga durata e talvolta rende necessario un secondo trattamento.
Sintomi, diagnosi e segnali d’allarme
Palpitazioni, battito accelerato e irregolare, affaticamento insolito, fiato corto, vertigini e ridotta capacità di sostenere uno sforzo sono tra i disturbi più comuni. In alcuni casi può comparire anche una sensazione di peso al petto. Tuttavia, circa un paziente su tre non avverte sintomi e scopre il problema durante una visita o grazie alla segnalazione di un ritmo anomalo da parte di un orologio intelligente.
Questi dispositivi possono suggerire un approfondimento, ma non sostituiscono l’elettrocardiogramma. La conferma richiede un tracciato breve oppure una registrazione prolungata con Holter, sempre valutata da un medico. Un episodio mai comparso prima o palpitazioni ricorrenti meritano quindi un controllo.
Dolore toracico che non passa, grave mancanza d’aria e svenimento richiedono una chiamata immediata al 112 o al 118. La stessa urgenza vale per bocca deviata, difficoltà improvvisa nel parlare o nel comprendere, debolezza o insensibilità a un arto o a una metà del volto e perdita improvvisa della vista: anche se i sintomi regrediscono, potrebbe trattarsi di un attacco ischemico transitorio, possibile anticamera di un ictus.
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Chi è più esposto all’aritmia
«La fibrillazione atriale è l’aritmia sostenuta più frequente. Interessa il 2–4% degli adulti e fino a un adulto su tre può svilupparla nel corso della vita», spiega Giuseppe Nasso, professore associato di Cardiochirurgia all’Università LUM e direttore dell’Unità operativa di Cardiochirurgia Universitaria dell’Ospedale Santa Maria - GVM Care & Research di Bari.
Il disturbo nasce da un’attivazione disordinata e rapidissima degli atri, le camere superiori del cuore. Il sangue può ristagnare, mentre i ventricoli ricevono impulsi irregolari. L’età aumenta la probabilità, ma non è l’unico elemento: incidono ipertensione, diabete, obesità, insufficienza cardiaca, problemi valvolari, cardiopatia ischemica, apnee notturne, ipertiroidismo e malattie croniche di polmoni o reni. Anche la familiarità può avere un ruolo.
Fumo, inattività fisica e consumo elevato di alcol favoriscono la comparsa della fibrillazione; un’esposizione prolungata a sport di resistenza praticato ad altissima intensità può rappresentare un ulteriore fattore. Intervenire su queste condizioni è parte integrante della cura: aiutano il controllo della pressione, una riduzione del peso di almeno il 10% in caso di sovrappeso, meno alcol, il trattamento delle apnee e un’attività fisica regolare.
Farmaci e prevenzione dell’ictus
Il trattamento segue tre direttrici. La prima consiste nel rallentare il battito, spesso con beta-bloccanti, puntando inizialmente a una frequenza a riposo inferiore a 110 pulsazioni al minuto. La seconda mira a ristabilire e mantenere il ritmo sinusale con medicinali scelti in base alle condizioni del cuore: tra le opzioni figurano flecainide, propafenone, amiodarone, dronedarone e sotalolo, ma non sono intercambiabili e richiedono una valutazione specialistica.
Avviare presto il controllo del ritmo, entro un anno dalla diagnosi, può ridurre non soltanto i sintomi, ma anche ricoveri e ictus. La terza componente è la prevenzione delle embolie: la fibrillazione atriale aumenta di circa cinque volte il rischio di ictus, che in questo contesto può avere conseguenze più severe.
Per la maggior parte dei pazienti si utilizzano anticoagulanti diretti. Gli antagonisti della vitamina K rimangono indicati, invece, in presenza di una valvola meccanica o di una stenosi mitralica reumatica almeno moderata. L’aspirina non è un’alternativa: non offre una protezione adeguata contro l’ictus da fibrillazione atriale e può comunque aumentare il rischio di sanguinamento.
Il caso di Lionel Richie
Lionel Richie, 77 anni, è stato ricoverato tre volte nell’arco di tre mesi e recentemente ha affrontato una procedura cardiaca per correggere il disturbo del ritmo. Il recupero lo ha costretto a cancellare tre concerti del tour insieme agli Earth, Wind & Fire.
Il suo portavoce ha precisato che «Lionel Richie si è sottoposto a una procedura comune per il trattamento della fibrillazione atriale (FA)». La vicenda del cantante ha riportato l’attenzione su un’aritmia diffusa, che può comparire anche in assenza di sintomi evidenti e che deve essere valutata con strumenti diagnostici e terapie personalizzate.
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