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Lifestyle 4 min di lettura2 ore fa

Empatia, il prezzo nascosto per le donne: cosa dice la scienza

Le ricerche più recenti mettono in discussione l’idea di una predisposizione femminile alla cura e mostrano il peso degli stereotipi su lavoro, potere e famiglia.

L’idea che le donne siano naturalmente più comprensive, sensibili e portate ad assistere gli altri resiste ancora, ma le neuroscienze ne ridimensionano la portata. Le differenze osservate nell’empatia non sembrano riconducibili in modo semplice al sesso biologico: educazione, aspettative sociali ed esperienze contribuiscono a modellare comportamenti e percorsi cerebrali. Il rischio è che una qualità considerata positiva diventi un obbligo, sottraendo tempo ed energie alla realizzazione personale e professionale.


La cura non è scritta nel cervello

Una meta-analisi pubblicata nel 2025 ha passato in rassegna 31 studi condotti su neonati, senza individuare differenze di genere nella capacità di riconoscere le emozioni attraverso i volti. Anche una ricerca del 2018, realizzata su più di 46mila partecipanti, ha rilevato che alcuni geni possono incidere sulla predisposizione individuale all’empatia, ma nessuno di quelli analizzati risultava collegato al sesso.

Comprendere il punto di vista altrui e immedesimarsi nei suoi stati d’animo sono quindi abilità che possono svilupparsi con l’apprendimento. Lo stesso vale per il lavoro di cura, spesso presentato come una caratteristica spontanea delle donne. Fin dall’infanzia, bambine e ragazze vengono premiate quando mostrano disponibilità, pazienza e attenzione per gli altri; con il tempo, queste aspettative possono trasformarsi in una responsabilità data per scontata.

Nel 1949, con Il secondo sesso, Simone de Beauvoir contestò proprio l’idea che il destino femminile fosse fissato dalla biologia. La sua formula più celebre, «Donna non si nasce, lo si diventa», continua a mettere in discussione l’assegnazione automatica dei ruoli di moglie, madre e assistente, dentro e fuori casa.


Quando la sensibilità diventa un limite

Nel libro La mente delle donne, Raffaella Rumiati, docente di Neuropsicologia e Neuroscienze cognitive alla Scuola internazionale superiore di studi avanzati di Trieste, ricostruisce attraverso dati e ricerche i meccanismi che alimentano gli stereotipi. Secondo l’autrice, considerare le donne più adatte alla cura può avere effetti concreti sui diritti, sulle opportunità e sulla distribuzione del potere.

Rumiati avverte: «L’empatia, se coltivata “a tutti i costi”, finisce per riprodurre le condizioni di subordinazione che l’hanno generata, spingendo le donne a investire energie nell’alleviare la sofferenza altrui invece che nel rivendicare il proprio spazio». La questione, dunque, non riguarda il valore dell’empatia, ma l’idea che debba essere soprattutto femminile e che una donna debba dimostrarla in ogni circostanza.

La filosofa australiana Kate Manne ha osservato che il patriarcato non si limita a concentrare sugli uomini ricchezza e incarichi prestigiosi. Comprende anche l’aspettativa che siano le donne a fornire ascolto, attenzione, sostegno emotivo e altri beni morali, spesso senza riconoscimento né reciprocità.

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Il lavoro conferma lo stereotipo

La divisione dei ruoli emerge anche nel mercato professionale. I settori legati all’assistenza e all’educazione hanno una forte presenza femminile, mentre la quota delle donne tende a diminuire salendo verso le posizioni di maggiore prestigio nella scuola, nell’università e nelle discipline scientifiche e tecnologiche.

Lo stesso schema si ritrova nella sanità: le donne sono numerose nei reparti e nelle attività di assistenza diretta, ma diventano meno rappresentate quando si considerano primariati, direzioni e incarichi gestionali. La cura resta associata al femminile finché significa lavoro quotidiano e relazionale; quando comporta autorità, decisioni e retribuzioni più alte, il quadro cambia.

Questa separazione non dimostra una differenza naturale tra uomini e donne. I questionari sull’empatia possono misurare anche il modo in cui le persone pensano di dover rispondere: alle donne può essere richiesto di apparire accoglienti e comprensive, mentre agli uomini può essere suggerito di mostrare autonomia, controllo e distacco.


Un’abilità da condividere

Le tecniche di risonanza magnetica e l’elettroencefalografia hanno individuato differenze nei percorsi cerebrali, ma non autorizzano a stabilire un destino immutabile. Il cervello infantile è particolarmente plastico e viene modificato dall’esperienza, dall’educazione, dalle relazioni e dall’ambiente. Anche la teoria che attribuisce al testosterone prenatale un ruolo decisivo nella socialità maschile non ha cancellato il peso di questi fattori.

Rumiati riconosce che, in media, le donne possono reagire più intensamente agli stimoli emotivi, cogliere prima alcuni segnali del volto e della voce e riferire una maggiore compassione. La conclusione, però, non dovrebbe essere una nuova gabbia identitaria: l’obiettivo è costruire un’etica della cura fondata su relazioni, responsabilità e interdipendenza, senza assegnarla a un solo genere.

Per Niall Hanlon, sociologo della Technological University di Dublino, coinvolgere maggiormente gli uomini nella vita quotidiana dei figli — dai pannolini alla preparazione dei pasti — può favorire modelli maschili meno centrati sul potere. Una distribuzione più equilibrata della cura, sostiene, potrebbe produrre benefici per uomini, donne e bambini, trasformando l’empatia da aspettativa femminile in competenza comune.

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