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Lifestyle 3 min di lettura1 ora fa

Emma chiude dopo 50 anni: perché Alice Schwarzer dice basta

La rivista femminista fondata nel 1977 terminerà le pubblicazioni l’8 dicembre: pesano la stanchezza della redazione e le recenti polemiche.

L’archivio di Emma non finirà disperso: lettere, documenti delle campagne e materiali accumulati nel tempo saranno trasferiti all’Archivio di letteratura tedesca di Marbach, dove potranno essere consultati dal pubblico. È il lascito destinato a restare dopo la fine della rivista femminista fondata da Alice Schwarzer.

L’ultimo numero avrà una foliazione doppia e passerà in rassegna i cinquanta argomenti più significativi affrontati dalla testata in mezzo secolo. Schwarzer la definisce l’ultima rivista femminista ancora rivolta al grande pubblico, distribuita nelle edicole e realizzata da una redazione composta interamente da donne.

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Una redazione senza eredi

A interrompere il percorso non sarebbero stati i bilanci o il calo delle vendite. Il gruppo di lavoro, formato da sei persone e rimasto per decenni molto ristretto, ha scelto di fermarsi anche per la fatica accumulata. Nel numero precedente, atteso per il 27 ottobre, la redazione ha riassunto il proprio stato d’animo con una frase tradotta così: «Permettete, ora siamo esauste».

La successione di Schwarzer è stata cercata più volte, senza arrivare a una soluzione stabile. Nel 2008 Lisa Ortgies aveva assunto la direzione, ma il rapporto si era spezzato dopo pochi mesi e Schwarzer era tornata alla guida. Nel tempo alcune candidate sono state individuate, ma hanno preferito altre testate, considerate meno esposte alle pressioni.

La chiusura è stata annunciata per l’8 dicembre, a pochi mesi dal cinquantesimo anniversario della rivista. Schwarzer ha spiegato la decisione con parole nette: «No, ce ne andiamo perché pensiamo: basta». Non ha precisato se quel “basta” indichi il trascorrere dei decenni o la distanza tra gli obiettivi iniziali e i risultati raggiunti dal femminismo.


Le battaglie che hanno segnato Emma

Il progetto era nato il 26 gennaio 1977 dalla convinzione che le giornaliste avessero bisogno di uno spazio autonomo. Schwarzer aveva reagito a quella che percepiva come una presenza maschile dominante nei mezzi di informazione e aveva immaginato una pubblicazione capace di dare alle donne una voce propria.

Fin dagli esordi, Emma ha portato all’attenzione questioni che all’epoca faticavano a trovare spazio nella stampa. Tra i temi affrontati figurano gli abusi sessuali sui minori, trattati già nel 1978, l’islamismo dal 1979, la dichiarazione dei redditi congiunta per le coppie sposate, il tumore al seno e le mutilazioni genitali femminili.

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La fondatrice, oggi 83enne, ha raccontato quegli inizi come una stagione di entusiasmo e trasformazioni, vissuta tra impegno politico e socialità. La prima sede si trovava nel centro della città e il lavoro della redazione si svolgeva sotto il ritratto di Simone de Beauvoir.


Le polemiche hanno lasciato il segno

Negli ultimi anni la testata ha dovuto affrontare anche un forte dissenso interno ed esterno. Nel 2022 Schwarzer aveva chiesto negoziati di pace rapidi con la Russia: una posizione contestata da chi l’accusava di non distinguere adeguatamente tra aggressore e aggredito.

Nel 2024 la giornalista ha riconosciuto che quella presa di posizione aveva inciso sul rapporto con i lettori. Un abbonato su cinque aveva infatti cancellato il proprio abbonamento per protesta, una perdita particolarmente pesante per una pubblicazione che dipende soprattutto da quel tipo di sostegno.

Un altro scontro era avvenuto nel 2023 a Lipsia. Trentatré autrici e artiste avevano chiesto la cancellazione dell’incontro di Schwarzer al festival letterario Literarischer Herbst, accusandola di dichiarazioni transfobiche, razziste e misogine. Lei aveva respinto l’accusa, sostenendo di non aver mai preso di mira le persone transgender e rivendicando il diritto di criticare la possibilità di modificare il sesso legale già a 14 anni. La spiegazione non aveva però chiuso la contestazione.

Con l’uscita di dicembre si concluderà così una storia iniziata quasi cinquant’anni fa. La rivista lascerà le edicole, ma il suo patrimonio documentario resterà accessibile nell’archivio di Marbach.

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