Dopo l’intervento, la nuova sfida: abbassare il rischio di recidiva
Oltre 53mila diagnosi ogni anno in Italia, ma la sopravvivenza a cinque anni è dell’88%: immunoterapia, anticorpi coniugati e biopsia liquida aprono nuove prospettive.
La domanda più difficile arriva spesso dopo la fine delle cure: il tumore potrebbe tornare? Per provare a ridurre questo rischio, la ricerca sta mettendo a punto trattamenti sempre più selettivi, costruiti sulle caratteristiche biologiche della malattia di ciascuna paziente.
In Italia il carcinoma della mammella colpisce ogni anno più di 53mila donne, rimanendo il tumore più diffuso nella popolazione femminile. Tuttavia, la diagnosi non coincide più necessariamente con una condanna: la sopravvivenza a cinque anni è arrivata all’88% e quasi un milione di donne che hanno ricevuto questa diagnosi ha raggiunto tale traguardo.
La ricerca punta sulle recidive
Una delle novità più rilevanti riguarda EURYCLEIA, studio promosso all’interno della piattaforma di ricerca e cura sostenuta dal 2025 da Fondazione Umberto Veronesi Ets. Il progetto coinvolgerà oltre 500 pazienti in più di 30 centri italiani, con la collaborazione dell’Università di Harvard negli Stati Uniti.
La sperimentazione esaminerà trastuzumab deruxtecan, un anticorpo farmaco-coniugato, in donne con carcinoma HR+/HER2 low- in fase iniziale. Si tratta di pazienti che, dopo chemioterapia e intervento chirurgico, presentano ancora un residuo di malattia caratterizzato da un’elevata attività proliferativa.
Il gruppo considerato ad alto rischio di ricaduta sarà confrontato con pazienti trattate secondo lo schema abituale, basato sulla terapia ormonale e su medicinali come gli inibitori delle cicline. «L’obiettivo è verificare se questo anticorpo possa offrire un vantaggio rispetto alla terapia standard», ha spiegato Giuseppe Curigliano, coordinatore del progetto e direttore della Divisione Sviluppo di nuovi farmaci all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano.
Per conoscere l’impatto effettivo del trattamento serviranno alcuni anni. Lo studio dovrà chiarire se l’approccio sia in grado di aumentare le possibilità di guarigione nel lungo periodo proprio nelle pazienti che, nonostante le cure iniziali, conservano un rischio elevato.
Immunoterapia, una risposta più precisa
Il miglioramento dei risultati è legato anche alla capacità di distinguere i diversi sottotipi della malattia. Un esempio è rappresentato dal tumore triplo negativo, che costituisce il 15-20% delle diagnosi, interessa più spesso donne giovani e risulta associato con maggiore frequenza a mutazioni del gene BRCA1.
Questa forma non presenta i recettori per estrogeni e progesterone né un’eccessiva quantità del recettore HER2, bersagli sfruttati da numerose terapie. Per molto tempo la chemioterapia tradizionale è rimasta quindi la principale possibilità, proprio per la mancanza di obiettivi molecolari facilmente aggredibili.
L’immunoterapia ha modificato questo scenario. Nei tumori triplo negativi in fase iniziale, il suo impiego insieme alla chemioterapia prima dell’operazione può portare la probabilità di guarigione fino al 90%, secondo Curigliano.
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Il meccanismo è diverso da quello della chemioterapia e della radioterapia: invece di distruggere direttamente le cellule malate, i medicinali riattivano le difese dell’organismo. Le cellule tumorali riescono infatti a sottrarsi al controllo dei linfociti T sfruttando i sistemi che normalmente impediscono al sistema immunitario di reagire in modo eccessivo; i farmaci possono rimuovere questi blocchi e restituire efficacia alla risposta contro il tumore.
Farmaci intelligenti e nuove frontiere
Tra gli strumenti già disponibili ci sono gli anticorpi farmaco-coniugati. Queste molecole riconoscono un bersaglio presente sulle cellule tumorali e trasportano fino a quel punto un potente medicinale chemioterapico, limitando la sua azione ai tessuti individuati e liberando il carico all’interno della cellula malata.
Uno di questi medicinali è proprio trastuzumab deruxtecan, già utilizzato nelle forme avanzate del carcinoma HR+/HER2 low-. Questo sottotipo rappresenta circa il 70% di tutte le diagnosi e costituisce il contesto nel quale è stato avviato il nuovo studio sulle possibili recidive.
Restano invece ancora sperimentali i vaccini terapeutici personalizzati basati sull’mRNA. L’idea è indirizzare la risposta immunitaria verso un bersaglio specifico del tumore, anziché stimolarla in modo generale. Al momento, però, non risultano studi clinici randomizzati in corso capaci di consentire una rapida introduzione nella pratica assistenziale.
Controlli e medicina personalizzata
In attesa dei risultati delle nuove sperimentazioni, il controllo dopo l’intervento conserva un ruolo essenziale. Curigliano invita le pazienti a seguire tutti gli esami previsti dai protocolli e indica nella biopsia liquida uno degli strumenti che potrebbe migliorare in futuro la valutazione individuale del rischio.
L’analisi del sangue consente infatti di cercare il Dna tumorale circolante, un possibile segnale della presenza di cellule neoplastiche e un elemento utile anche per definirne le caratteristiche. La partecipazione agli studi clinici può inoltre offrire, quando indicato dai centri di riferimento, l’accesso a trattamenti ancora in fase di valutazione.
La piattaforma sostenuta da Fondazione Umberto Veronesi Ets concentra le risorse su progetti clinici e traslazionali, con l’intento di trasformare più rapidamente le scoperte scientifiche in applicazioni concrete. Paolo Veronesi, presidente della Fondazione e direttore del Programma di Senologia dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, ha sottolineato che la medicina di precisione permetterà di sfruttare le caratteristiche molecolari di ogni tumore, così da rendere le terapie sempre più mirate e migliorare qualità di vita e prospettive di cura.
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