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Lifestyle 4 min di lettura1 ora fa

Dopo le coltellate, Davide sceglie il perdono: «Volevo guardarli negli occhi

Un anno dopo l’aggressione per 50 euro, il giovane racconta la disabilità, la fede e l’incontro con i cinque ragazzi responsabili dell’attacco

Tornare a ballare, correre e muoversi liberamente è ancora uno dei suoi desideri più forti. Davide Cavallo, però, dice di aver imparato a riconoscere il valore di ogni gesto quotidiano: dopo essere sopravvissuto a un’aggressione gravissima, considera la gratitudine un modo concreto per celebrare la vita.


La fede come punto di appoggio

Nel periodo trascorso in ospedale, la fede ha assunto per lui un significato nuovo. Prima dell’aggressione si stava riavvicinando a Dio; durante la permanenza in rianimazione, l’unico oggetto autorizzato al suo fianco era un crocifisso fatto arrivare dalla madre. Quando fu dimesso, un’infermiera lo raggiunse per riconsegnarglielo.

Anche le preghiere ricevute dalla comunità religiosa frequentata dalla madre hanno avuto un peso importante. Davide racconta di aver percepito quella vicinanza mentre era ricoverato e sostiene che pregare possa essere utile non soltanto a chi soffre, ma anche a chi sta accanto alla persona malata. La sua famiglia, aggiunge, è stata decisiva: in ospedale si sentiva limitato e solo, ma i suoi cari non lo hanno mai lasciato.


La paura non gli ha fermato la vita

Uscire la sera, oggi, richiede qualche cautela in più. La paura compare ancora in alcune occasioni, ma non gli impedisce di continuare a fare ciò che faceva prima. Tra le attività a cui vorrebbe riavvicinarsi ci sono proprio la danza, la corsa e il movimento: solo dopo averli persi, spiega, ha capito quanto fossero centrali nella sua vita.

La sua condizione fisica resta complessa. Il movimento è tornato, anche se lo affatica, mentre la sensibilità presenta difficoltà più profonde: può confondere il caldo con il freddo o non percepire correttamente la posizione del proprio corpo. I problemi riguardano anche gli organi e la muscolatura interna, aspetti che dall’esterno non si vedono.


Perdonare senza cancellare il male

«Prima ancora del perdono c’è stato il rispetto per l’essere umano: per me stesso e anche per i miei aggressori». Davide spiega così la scelta di incontrare tutti e cinque i ragazzi coinvolti nell’aggressione e di abbracciarli. A suo giudizio, riconoscere la loro umanità non significa negare la responsabilità per ciò che hanno fatto, ma ammettere che possono ancora cambiare direzione.

La rabbia, racconta, c’è stata e talvolta riaffiora. Tuttavia, secondo lui, non avrebbe avuto senso trasformarla in una condanna permanente: il rancore lo avrebbe tenuto legato all’accaduto. Il perdono è diventato quindi la strada che gli permetteva di ritrovare pace e di sentirsi utile, senza confondere la comprensione delle persone con l’assoluzione del gesto.


Lo sguardo sulle conseguenze

Durante gli incontri, Davide non ha cercato di rassicurare subito i suoi aggressori. Prima ha parlato delle proprie condizioni e ha voluto che vedessero direttamente ciò che era accaduto al suo corpo. «Non volevo che non dovessero nemmeno guardarmi in faccia», racconta, spiegando che il contatto visivo e l’abbraccio hanno rappresentato anche un modo per aiutare il proprio corpo a non associare quei ragazzi soltanto alla paura.

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Per lui la giustizia riparativa passa dalla concretezza: stare davanti alla persona ferita, ascoltarla e assumersi il peso delle conseguenze. La distanza, sostiene, può rendere astratto il legame tra un atto e il danno provocato; vedere la sofferenza rende invece impossibile separare le due cose. Anche dopo aver saputo che alcuni di loro avevano riso alla notizia del rischio di paralisi, Davide ha detto di aver provato soprattutto timore per la reazione di un diciannovenne davanti al crollo della propria vita.


Un recupero ancora in corso

Davide ha 22 anni e studia alla Bocconi. La notte del 12 ottobre 2025, all’alba, fu aggredito nella zona di corso Como, a Milano, da cinque ragazzi, tre dei quali minorenni. L’obiettivo del gruppo era sottrargli 50 euro; uno degli aggressori lo colpì con due coltellate, provocandogli una grave perdita di sangue e una lesione neurologica permanente.

Dell’attacco non conserva un ricordo completo. Gli sono rimasti soltanto alcuni frammenti legati alle ore precedenti: una telefonata interrotta, la scelta di un maglioncino verde e poi il buio. In terapia intensiva ha vissuto giorni difficili, segnati anche da allucinazioni causate dai farmaci; per un certo periodo era convinto di avere 24 anni, invece di 21.


La memoria del corpo e del presente

Il trauma non è rimasto soltanto nella memoria. Se qualcuno lo tocca vicino alla ferita, soprattutto arrivando da dietro, Davide può sobbalzare e provare ansia. Anche stringere la mano o abbracciare i cinque ragazzi è servito, in parte, a insegnare al suo corpo che davanti a lui c’erano persone e non soltanto una minaccia.

La lesione ha modificato anche il modo in cui si concentra. Prima riusciva a svolgere più attività insieme, mentre oggi deve mantenere un’attenzione costante su ciò che sta facendo. Questa condizione, però, lo ha portato a sentirsi più presente e centrato: la consapevolezza che tutto possa cambiare in un istante gli ha fatto abbandonare quella ricerca continua di nuove esperienze che attribuisce soprattutto ai giovani.

Davide non sa se tutti e cinque riusciranno a completare un autentico percorso di cambiamento, ma sostiene di aver visto in ciascuno un movimento almeno iniziale verso una direzione diversa. Sarebbe felice, dice, se tutti arrivassero lontano nella vita. Per il momento continua a recuperare, fisicamente e psicologicamente, senza dimenticare che dietro i danni permanenti resta anche la possibilità di costruire qualcosa capace di aiutare altri ragazzi.

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